Centomila licenziamenti. Il 15% della forza lavoro di Volkswagen. Ed il titolo in borsa non si rianima. Meno 25% da inizio anno. In genere di fronte a queste notizie, un cinico rimbalzo sui prezzi di borsa arriva. È la più dolorosa ristrutturazione di tutta la storia di Volkswagen, azienda simbolo del Made in Germany. Ottantotto anni dignitosamente portati. Credeva di aver conquistato la Cina. Vendeva là per pochi mesi più auto di qualsiasi marchio locale. Ma è la Cina ad aver conquistato l’Europa. I numeri di maggio certificano che per la prima volta le auto di Pechino superano il 10% del mercato. Sui licenziamenti Volkswagen ha indorato la pillola preparando l’opinione pubblica per gradi. Prima 35mila tagli (fine 2024). Quindi 50mila a marzo di quest’anno. Infine 100mila. Con lo scandalo Dieselgate gli Stati Uniti hanno suonato la sveglia alla Germania e il sistema industriale tedesco ha entusiasticamente abbracciato l’auto elettrica come unico mezzo di locomozione in uscita dalle fabbriche a partire dal 2035. Un abbaglio di cui sono rimasti preda tutti i produttori in Europa.
Teoricamente era tutto perfetto. Una rivoluzione che sembrava l’uovo di Colombo. Si costringe il consumatore ad un ricambio forzato del parco macchine con un bel po’ di sussidi pubblici a facilitare l’operazione. Delitto perfetto. Ci sarebbe però quel piccolo dettaglio che nessun manager si è degnato di considerare nel mentre si abbracciava questa dottrina. Ma il consumatore cosa ne pensa? Siamo proprio sicuri che voglia svenarsi per acquistare una vettura che per ricaricarsi ci mette un paio d’ore e che- sempre in un altro paio d’ore - si scaricherà totalmente e quindi il calvario della ricarica riparte? Hai voglia a dilettarti coi sudoku mentre aspetti durante la ricarica. «L’industria automobilistica non fa market intelligence» mi diceva mesi fa Pierluigi Del Viscovo, analista del settore automotive. I produttori si credono, ed in parte lo sono, attori della politica industriale. Non si preoccupano si comprendere i bisogni del mercato. «Quando sono arrivato nel settore avevo constatato come il marketing auto fosse indietro anni luce rispetto a quello di giganti come Colgate Palmolive, Ferrero e Procter & Gamble» mi diceva ancora Del Viscovo. A furia di dialogare con la politica tutti i produttori si sono illusi di convincere i consumatori. E tutt’ora molti manager (i politici lo diamo per scontato) ragionano così. Attribuiscono l’insuccesso dell’auto elettrica al numero delle colonnine. Ma puoi avere l’intero globo tappezzato di colonnine però se ti servono una-due ore a ricaricare la macchina perché il consumatore dovrebbe cambiare le sue abitudini visto che a fare un pieno ci mette meno di tre minuti? Cambi le abitudini se hai vantaggi concreti.
Lasci il telefono per il telefonino perché hai un vantaggio. Non perché te lo dice Ursula von der Leyen. Ed ora il Green Deal entusiasticamente abbracciato dai produttori costringe i produttori ad accantonare fondi per le multe visto che non vendono abbastanza auto elettriche. Si magari le multe non le pagheranno. Ma intanto gli accantonamenti li fai. Questo vogliono i revisori e gli investitori. E visto che vendi poche auto, aumenti il prezzo e licenzi. Ma se proprio non vogliono fare market intelligence, i produttori avrebbero potuto tranquillamente studiare qualche libro di storia dell’automobile. Ai primi del 900 la percentuale delle auto elettriche sul totale delle auto circolanti negli Stati Uniti superava addirittura il 30% contro il 3% del 2022. Chissà com’è che questa mirabolante tecnologia del futuro, già conosciuta nel secolo scorso, si è darwinianamente estinta per riapparire solo ora per un atto di imperio politico. La risposta sta banalmente nel fatto che niente può vincere contro la benzina o il gasolio. È un banale tema di densità energetica. O di produttività se preferite chiamarla così. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, mi spiegava come dentro una bottiglia da un litro di questo carburante ci sta una quantità di energia straordinariamente elevata. I nostri trisavoli ci mettevano giorni a mettere a terra sui campi questa energia. Per avere la stessa energia che sta dentro quella bottiglietta servirebbe un pannello solari di dieci metri quadrati illuminato ininterrottamente dieci ore al giorno. Insomma l’elettrificazione non funziona a meno che non si pensi di bruciare il gasolio per produrre l’energia elettrica che serve alle vetture elettriche. Surreale ma reale.




