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Benzina a 2,60 euro alla pompa, cosa sta succedendo in Italia e cosa fare

di Fabio Dragonidomenica 26 luglio 2026
Benzina a 2,60 euro alla pompa, cosa sta succedendo in Italia e cosa fare

5' di lettura

Sulla guerra in Iran non possiamo farci nulla. O quasi. L’appoggio che l’amministrazione Trump riscuote anche dai Paesi del Golfo evidenzia come l’Italia – e più in generale l’Unione Europea – contino poco o nulla in quel quadrante. Possiamo commentare, certo. Ma durata ed esito del conflitto non dipendono da noi. Tuttavia paghiamo pegno perché i barili di greggio è soprattutto da lí che partono. Il prezzo del petrolio lo vediamo tutti. Lo ritroviamo nei grafici che salgono e scendono. Diciamo salgono va. Ma soprattutto vediamo – e sentiamo – il prezzo alla pompa. Ieri ho fatto il pieno di gasolio a 2,22 euro al litro.

Il salasso è reale. Rispetto a non molto tempo fa sono 20-30 in più per un pieno. Ne risentono le imprese di trasporto, l’intera filiera logistica del Paese e quindi il carrello della spesa. Farsi prendere dall’isteria è semplice. Cavalcare la faccenda per motivazioni politiche è comprensibile soprattutto se lo fa l’opposizione. Il rincaro dei carburanti fa presa sull'opinione pubblica. Ma i dati ci dicono anche qualcos’altro. Secondo la rilevazione di fuel-price.eu la benzina e il gasolio in Italia costano meno che in Francia e Germania. Ma anche Danimarca, Olanda e Finlandia. Il Weekly Oil Bulletin della Commissione Ue ogni settimana pubblica i prezzi medi. Ed anche lì ne abbiamo conferma.Dobbiamo consolarci? No. Perché il pieno a 2,22 fatto ieri resta e fa male.

Ieri, a Milano, la benzina è volata oltre i 2,6 euro al litro, esattamente 2,635 in un distributore nella zona residenziale di via Correggio. Se, però, non possiamo impedire che la guerra finisca, dobbiamo riflettere sugli errori che hanno contribuito ad esacerbare la situazione. Errori strategici che oggi sono concausa di quei guai che ora avvertiamo con tanto dolore.

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RIDURRE LE ACCISE

Partiamo col dire che il governo ha il dovere di fare ciò che sta ipotizzando: intervenire sulle accise. Su queste, infatti, si applica pure l’Iva. Una tassa sulla tassa. Un’anomalia tutta italiana, presente da sempre, su cui non possiamo rimanere con le mani in mano. Ridurre le accise in questa fase è una misura di buon senso e di equità. Una riduzione di gettito peraltro controbilanciato dal maggior gettito Iva. Ma pensare di risolvere la questione solo dal lato delle accise somiglia molto alla pezza di acqua fresca quando si ha la febbre.

Il problema infatti non è soltanto il prezzo della benzina e del gasolio. Ma anche e soprattutto la possibile mancanza di prodotto qualora la tensione geopolitica si protraesse. Abbassare le tasse per far diminuire il prezzo potrebbe essere alla lunga addirittura controproducente stimolando la domanda con un’offerta stagnante.

Si parta quindi da un concetto elementare. Noi nel serbatoio non mettiamo il petrolio, ma la benzina e il diesel. Che sono prodotti raffinati ottenuti dal petrolio. Il greggio, da solo, non muove le auto né i camion. Serve un processo industriale – la raffinazione appunto – che trasformi il barile di petrolio in prodotti finiti.

SEMPRE MENO RAFFINAZIONE

La regola del pollice, usata dagli esperti del settore, ci dice che da tre barili di petrolio se ne ottengono approssimativamente due di benzina e uno di diesel. Questo rapporto consente agli esperti di misurare in maniera spannometrica, ma non approssimativa, quanto è remunerativo raffinare il petrolio. Viene cioè utilizzato un indicatore specifico: il crack spread 3-2-1. Che, in parole semplici, rappresenta il margine lordo che una raffineria ottiene trasformando tre barili di greggio in due barili di benzina e uno di gasolio/diesel.

Si calcola sottraendo il costo di tre barili di petrolio dal valore di mercato di due barili di benzina più uno di diesel, e dividendo il risultato per tre. Quando questo margine é elevato – come é accaduto in diverse fasi degli ultimi anni, superando pure i 30 dollari al barile – raffinare diventa molto redditizio. Quando è basso o negativo, le raffinerie perdono soldi e tendono a chiudere o a ridurre le lavorazioni. Nell’ultimo quinquennio il crack spread ha conosciuto oscillazioni fortissime. Dopo il crollo del 2020 legato alla pandemia, e tornato a livelli elevati nel 2022 con la crisi energetica successiva all’invasione dell’Ucraina, e poi calato e di nuovo risalito in occasione delle tensioni successive.

Oggi è stimato essere poco sotto i 70 da RBN Energy. È il massimo storico negli ultimi 5 anni. Proprio questi margini elevati spiegano perché, in presenza di capacità di raffinazione insufficiente in Europa, i prezzi dei prodotti di benzina e diesel restino alti anche quando la quotazione del greggio è stagnante. E noi paghiamo un errore strategico devastante: la chiusura delle raffinerie. Dal 2009 a oggi, l’Italia é passata da circa 16 impianti di raffinazione a poco più di una decina ancora operativi. Sono state chiuse o riconvertite almeno 6/7 raffinerie rilevanti: Cremona (2011, trasformata in deposito), Roma (2012, diventata hub di stoccaggio), Mantova (2014, chiusura della distillazione), Gela e Venezia (riconvertite in bioraffinerie Eni), mentre Livorno è in fase avanzata di conversione in bioraffineria.

IL NUMERO UNO DI ENI

Su questo punto le parole dell’ad di Eni, Claudio Descalzi, sono chiare: «In Europa sono state chiuse oltre 30 grandi raffinerie, che erano in forte perdita, ed e stata sacrificata buona parte delle produzioni nella chimica di base, considerate inquinanti. Oggi le raffinerie sarebbero decisive nel garantirci la disponibilità interna di prodotti come jet fuel e diesel, senza contare che potrebbero lavorare con ampi margini di redditività. Oltre 30 dollari al barile. E per i prodotti della chimica di base l’Ue dipende dalle importazioni, pagando pegno in termini d’indipendenza strategica da altre aree del mondo come Cina e Usa». Pochi giorni dopo, in audizione alla Camera, Descalzi ha ribadito che l’Europa ha ridotto di circa il 20% la propria capacità di raffinazione. Oggi importa prodotti raffinati invece di lavorarli in loco, con costi superiori e maggiore vulnerabilità. Se vogliamo il carburante – non solo a un prezzo accettabile, ma in quantità sufficiente e con un minimo di sicurezza d’approvvigionamento – dobbiamo avere le raffinerie.

Facciamo discorsi a vuoto o polemiche quotidiane sul centesimo in più o in meno alla pompa. Ma ignoriamo il problema di fondo: il progressivo smantellamento della capacità industriale di trasformare il greggio in prodotti raffinati. In ossequio al green deal. Le accise si possono e si devono toccare. Ma senza raffinerie, prima o poi, il problema non sarà solamente quanto costa il pieno. Ma se il pieno lo si potrà ancosa fare!