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Letta fa il gioco delle tre tasse

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Il premier non taglia nulla: con una mano ferma l'aumento di un'imposta ma con l'altra ne mette di nuove per coprire il buco. Sarebbe ora della rivoluzione fiscale

Andrea Tempestini
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Così come promesso, slitta l'aumento dell'Iva che avrebbe dovuto scattare dal primo di luglio. Esultano i ministri che vedono confermato il proprio impegno a favore di una riduzione delle tasse. Esulta anche la maggioranza, in particolare quella di centrodestra, perché ritiene di potersi intestare una vittoria. Peccato che lo slittamento del rincaro dell'imposta sul valore aggiunto sarà pagato dai contribuenti con altre tasse. Già, proprio così. Con una mano il governo Letta ci evita che l'Iva passi dal 21 al 22 per cento, un'aliquota tra le più alte d'Europa; con l'altra preleva direttamente dalle nostre tasche quel che serve a finanziare lo spostamento ad ottobre dell'aumento. Grazie al provvedimento deciso ieri dal consiglio dei ministri, gli italiani che hanno rinunciato alle sigarette per fumarsi in santa pace un po' di vapore acqueo al sapore di nicotina dovranno sganciare, perché l'esecutivo ha varato la legge che istituisce un prelievo del cinquanta per cento sulle «bionde» elettroniche. Oh, naturalmente la decisione è stata presa per il nostro bene, cioè per disincentivare, dopo l'uso del normale pacchetto, anche quello della diavoleria tecnica che emette il finto fumo: non essendo ancora testata, non si sa mai che anche la cicca surrogata faccia male. Dunque, in attesa di scoprirne gli effetti,  meglio prevenire, scoraggiandone l'acquisto con una bella tassa. Sempre per il nostro bene sarà anche aumentato al cento per cento l'acconto Irpef, Irap e Ires che i contribuenti devono versare a novembre. Anche quello andrà a copertura del decreto che fa slittare l'Iva ad ottobre. In pratica, gli italiani pagheranno domani ciò che non hanno pagato oggi, soprattutto se durante l'estate non saranno trovate altre forme di finanziamento dei provvedimenti sin qui presi da Enrico Letta e i suoi ministri. Già, perché nei due mesi da cui è in carica, il nuovo esecutivo si è impegnato molto, ma soprattutto a spostare in là nel tempo le scadenze.  Altro che governo del fare, quello insidiatosi a Palazzo Chigi sembra più il governo del rinviare. Se dobbiamo essere franchi non abbiamo capito la strategia del presidente del Consiglio. Non comprendiamo se si tratti di un segno di debolezza perché decisioni definitive sull'Imu e sull'Iva potrebbero mandare in crisi la maggioranza, a causa delle diverse opinioni di Pd e Pdl sul tema delle tasse, oppure di una cronica carenza di liquidità nelle casse dello Stato. Forse ci stanno entrambe le cause, ma Enrico Letta invece di affrontarle pare tirare a campare. La qual cosa, come diceva Giulio Andreotti, è meglio che tirare le cuoia, ma spesso è un buon motivo per essere tirati a fondo. Sta di fatto, che quali che siano le ragioni per cui il premier ha deciso di non decidere, una cosa appare certa. Letta, come il suo predecessore e al pari di tutti i presidenti del Consiglio che lo hanno preceduto, non ha alcuna intenzione di mettere mano alle forbici. Sì, è vero, Mario Monti della spending review, cioè di un rigoroso controllo della spesa pubblica per trarre le risorse con cui finanziare la riduzione del debito e delle tasse, ne parlò tanto nei suoi primi dodici mesi, ma poi sia il sottosegretario Giarda (che aveva la delega sulla questione), sia il commissario ad acta sono scomparsi dalla scena politica. Il primo è tornato a fare il professore, il secondo è invece stato nominato alla guida dell'Ilva. Insomma, dei tagli agli innumerevoli sprechi che si fanno con i soldi pubblici nessuno parla più. Passata l'emergenza spread e chiusa la procedura d'infrazione per eccesso di deficit, la faccenda dei soldi che lo Stato butta in attività non necessarie è finita in secondo piano, anzi, più che al secondo piano è stata decisamente archiviata nel sottoscala della politica, quello dove si accumula tutto ciò che si vuol far dimenticare. Ovviamente sappiamo bene perché Enrico Letta ha scelto di aumentare le tasse sulle sigarette elettroniche e di anticipare il pagamento di Irpef, Ires e Tares. A differenza dei tanti gruppi di pressione che difendono i propri capitoli di spesa dalle mani dei tagliatori di sprechi, i contribuenti non si fanno mai sentire. Provate voi a togliere un sussidio o a levare  una qualche leggina che distribuisce denaro a pioggia (ad esempio quello appena stanziato per le assunzioni giù al Sud: quattrini che saranno inghiottiti in un buco nero senza creare occupati) e vi troverete masse di contestatori fuori da Palazzo Chigi. Se invece tartassate chi paga le imposte, al massimo avrete qualche mugugno, ma nulla di più. Ecco perché, forse, è arrivato il momento per i contribuenti di far sentire la propria voce e non solo il proprio voto. In tanti hanno evocato nel passato la rivolta fiscale, ora servirebbe chi ha il coraggio di ribaltare il fisco. Non più tasse per pagare le spese, ma meno spese per non pagare altre tasse. Chi ha voglia, si faccia avanti. di Maurizio Belpietro @BelpietroTweet

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