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Cina, il trucco per fregarci i soldi: l'ultimo gioco sporco dei comunisti sul "clima impazzito"

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Carlo Nicolato
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C'è un capitolo del Cop26 e in generale della lotta contro il global warming di cui poco si parla e si è parlato, è quella del cosiddetto "loss and damage", ovvero "perdite e danni" dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, vittime "riconosciute" di quelli già sviluppati, cioè dei ricchi che per decenni e secoli avrebbero emesso Co2 senza misericordia spesso approfittando delle ricchezze dei primi ridotti a colonia o satelli. Sono quei Paesi dunque, considerati svantaggiati, che chiedono denaro a titolo di risarcimento con la scusa degli insostenibili costi della transizione ecologica. 

 

Si parla di migliaia di miliardi, ma il punto è un altro, e cioè che alla loro testa c'è la Cina che pur avendo il secondo Pil mondiale si spaccia per Paese povero (d'altronde la Cina perfino in finanza viene ancora classificata come "Paese emergente"...) e che oltre a chiedere l'istituzione di una "struttura per perdite e danni" pretende anche quella di un fondo permanente per i risarcimenti. Pechino parla a nome del G77, di cui fa tuttora parte, e di cui fanno parte altri come l'India, Arabia Saudita e mezzo Medio Oriente, tutta l'Africa, il Sud America, Brasile compreso, e tutta l'Indocina, cioè l'85% dell'umanità e la quasi totalità dei Paesi più inquinanti del Pianeta, che si tratti di atmosfera, di mari, fiumi o altro. 

 

La "cassa perdite e danni" sembra più che altro l'istituzione di una banca ideologica per il risarcimento di tutte le frustrazioni storiche e sociali, dal colonialismo, allo sfruttamento coloniale, passando per schiavismo, razzismo e tutte le discriminazioni possibili. Una specie di tempio fondato sull'ideologia terzomondista per cui la colpa di tutto è dell'Occidente, sotto l'egida della Cina e dell'Onu che del G77 è inventore. La lotta al riscaldamento globale alla fine è solo una scusa. 

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