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Iran, progressisti muti sulle rivolte per non rinnegare la lotta agli Usa

Tacciono i nipotini del Grande Abbaglio, perché non hanno mai avuto contenuti in proprio, e quelli che hanno ricevuto in eredità stanno andando in disfacimento
di Giovanni Sallustivenerdì 9 gennaio 2026
Iran, progressisti muti sulle rivolte per non rinnegare la lotta agli Usa

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Tacciono i nipotini del Grande Abbaglio, perché non hanno mai avuto contenuti in proprio, e quelli che hanno ricevuto in eredità stanno andando in disfacimento. Il Grande Abbaglio ha dei padri altisonanti, si chiamano Jean-Paul Sartre, Michel Foucalt e tutta quell’intellighenzia della rive gauche che nel fatale 1979 attuò un capovolgimento del senso della Storia, per cui la teocrazia oscurantista e apocalittica che l’ayatollah Khomeini stava impiantando in terra iraniana divenne il luogo dell’umanità nuova e della liberazione dalla corrotta civiltà occidentale. Un testacoda valoriale totale: nei salotti e nei media progressisti occidentali l’Iran islamista si è trasfigurato in feticcio, idealtipo, patria d’elezione della suddetta intellighenzia nel frattempo degenerata a vippume flottigliesco, un fronte firmatario compulsivo di appelli genericamente pro-Gaza e invariabilmente contro l’imperialismo occidentale (al caldo delle libertà occidentali, rimpallandosi premi occidentali, bazzicando la società dello spettacolo occidente, ecc...).

Ovvio che ora lorsignori non proferiscano sillaba di fronte al feticcio che traballa, di fronte all’eroica rivolta degli iraniani che non ne possono più del giogo coranico, una rivolta che una scrittrice non intruppata come J.K. Rowling descrive così: «Il coraggio di queste persone è sbalorditivo. Sono una luce in quello che ultimamente sembra un mondo molto buio». Tacciono perché dovrebbero rinnegare loro stessi, dovrebbero ammettere di aver sempre orecchiato una canzone stonata alla radice, ben oltre l’Iran. Sì, perché Khomeini, Khamenei e tagliagole a supporto hanno offerto loro la parola d’ordine, il segnale di riconoscimento per essere accettati nella Repubblica (islamica) delle Lettere, la bussola in base a cui orientarsi: sempre e comunque contro il “Grande Satana” yankee.

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È l’antiamericanismo il vero, unico collante ideologico rimasto al Progressista Collettivo, il tipo umano più oscurantista dei nostri tempi. Per cui hanno urlato #FreeGaza, ma non da Hamas, non dalle belve nazi-islamiche che sequestrano le vite dei palestinesi, bensì dallo Stato degli ebrei, dal suo protettore a stelle e strisce e dalla pace di Donald Trump, che ha il torto irredimibile di non essere una resa alle belve, di non essere pace khomeinista. Stanno urlando, nei fatti, #FreeMaduro, sventolando il guscio vuoto del diritto internazionale contro la potenza americana che ha scalzato il narco-tiranno, o “il presidente eletto dal popolo”, come ha detto Maurizio Landini, segretario di quell’organo terzomondista che una volta si occupava dei lavoratori italiani, la Cgil. Ma non hanno mai urlato #FreeCaracas, per tutti gli anni in cui Maduro internava, torturava oppositori, dava sponda ai terroristi di Hezbollah (islamismo, ancora tu?), opprimeva il popolo venezuelano. Perché un dittatore socialista caraibico provoca sempre un certo fremito, nella buona società, evoca sempre la lotta anti-imperialista vicino alle fauci del Grande Satana.

C’è sempre la farlocca epopea pseudoromantica di Che Guevara (tra l’altro noto boia di omosessuali, come Khamenei, sono le costanti degli idoli dei “progressisti”), c’è sempre il raffermo mito castrista, da quelle parti, non a caso non hanno mai urlato #FreeLAvana, non hanno mai tifato per il crollo del regime che ha reso Cuba una landa di fame e miseria, ma se la sono sempre presa con l’embargo yankee. Figuratevi se oggi possono urlare #FreeTeheran, se possono stare con gli eroi contro cui gli ayatollah fanno sparare ad altezza uomo: significherebbe darla vinta al Grande Satana.