Il Grande Black -Out della libertà, del diritto e dell’umanità in cui gli ayatollah hanno intrappolato l’Iran diventa sempre più anche black-out fisico e digitale. Non c’è solo l’intenzione dichiarata del governo (meglio, di questi teocrati assassini) di tenere “spenta” Internet fino a Nowruz, il capodanno persiano del 20 marzo. C’è un piano molto più complessivo e distopico per trasformare quella che è allo stesso tempo la principale infrastruttura e la principale agorà contemporanea, la rete, in un (ennesimo) recinto totalitario. Lo ha descritto dettagliatamente il Guardian, citando un rapporto di Filterwatch, organizzazione che monitora la censura online nella Repubblica islamica: «È in corso un piano confidenziale per trasformare l’accesso a internet internazionale in un privilegio governativo».
Sostanzialmente, si tratta dell’introduzione di una sistematica politica del doppio binario: «Trasformare l’infrastruttura Internet del Paese in una Internet da caserma» in cui «l’accesso al mondo esterno è concesso solo a coloro che dispongono di un’autorizzazione di sicurezza tramite una rigida Lista Bianca».
Gerarchi, funzionari del regime, apparati repressivi dello Stato coranico, tutti dopo aver superato una serie di controlli incrociati. Tutti gli altri iraniani, studenti in rivolta, commercianti piegati dalla crisi economica, semplici cittadini, saranno congelati in una versione parallela e domestica della Rete, ad uso e consumo delle necessità propagandistiche del regime. In questo modo, Khamenei e gli altri tagliagole col turbante eguagliano il primato di un altro macellaio planetario, Kim-Jong un: l’Iran diventa il secondo Paese, dopo la Corea del Nord, a silenziare l’Internet pubblico e convertirlo in un sistema reticolare di sorveglianza occhiuta di massa imperniata su liste di sicurezza interminabili e su un groviglio piramidale di autorizzazioni. È il Grande Ayatollah che ti guarda, una versione allo stesso tempo digitale e sharaitica, ultramoderna e ancestrale, dell’orwelliano 1984.
La stretta finale verso la distopia islamista è reazione diretta al più vasto sommovimento di protesta da quando la dittatura khomeinista ha sequestrato il popolo e la civiltà persiani (era dalla caduta dello Scià che non incrociava le braccia il Gran Bazar di Teheran), ma è anche il compimento di un percorso sistematico. La Repubblica Islamica lavora a una versione parallela e addomesticata di Internet dal 2012. Nome del progetto: National information network, in persiano Internet e-Paak, ovvero la rete “pura”, aderente all’ortodossia sciita autoritaria e apocalittica che è l’alfabeto imposto dai mullah alla società iraniana. Negli anni ha assunto nel linguaggio quotidiano il nomignolo ironico di “halal”, cioè la connessione permessa dalla legge islamica, il Web filtrato dalle griglie della sharia. Un progetto tecno-politico dai costi altissimi, che gli ayatollah hanno perseguito grazie anche all’aiuto degli alleati soci informali nell’Asse del Male, in primis la Cina.
Pechino avrebbe infatti contribuito alla creazione dell’algoritmo di sorveglianza, il cuore della repressione digitale, ispirato dal suo Great Firewall, la grande muraglia online che il Partito Comunista ha eretto davanti alla libera navigazione virtuale, verso cui coltiva lo stesso approccio mostrato per la libera navigazione nei mari.
Il meccanismo censorio iraniano è però un affinamento, o meglio un’esasperazione, di quello contro cui s’incagliano gli internauti cinesi. Il Dragone al proprio interno ha ideato un sistema che potremmo chiamare imitativo, composto da app costruite appositamente per ricalcare quelle utilizzate fuori dai confini nazionali e dare quindi agli utenti l’impressione di non essere privati di alcuna connessione o opportunità, quando invece ovviamente i contenuti sono passati al setaccio dello Stato/Partito.
È la simulazione della libertà, mentre a Teheran vanno per le vie più spicce: censura e rimozione diretta di contenuti, app, piattaforme, la rete ridotta a Intranet dove rimbalzano esclusivamente le verità gradite ai Guardiani della Costituzione islamica. È il monopolio informatico e informativo (parzialmente rotto in questi giorni solo dall’irruzione intermittente di Starlink dell’orco Elon Musk, con cui nessun sincero democratico si è congratulato, ça va sans dire) in cui il regime sta cercando di strozzare la rivolta, e soprattutto il suo racconto.
Per cui le distese di sacchi neri e i mucchi di cadaveri spariscono, mentre si amplificano i proclami delle autorità su infiltrati del Mossad, agenti provocatori della Cia, eccetera. Ma soprattutto, è la declinazione online di un assioma del totalitarismo: la divisione radicale dell’umanità in due ambiti, ontologicamente differenti. Gli eletti che appartengono all’Oligarchia edificata sulla macchina sterminatrice, che sono anche gli addetti alla sua perpetuazione, e i reietti incistati nel popolo dei Sudditi, che non devono mai poter pensare di poter non essere tali. Per i primi c’è Internet, per i secondi Halal benedetta da Maometto, dallo spirito di Khomeini e dal compagno Xi. È il Grande Black-Out, ma non può durare per sempre.




