Ben oltre i sensi di colpa dei progressisti, il pietismo diplomatico e l’efficacia del multilateralismo, tutti concetti buoni soltanto in teoria e per chi finge che l’ordine internazionale liberale possa sopravvivere senza la minaccia della forza, c’è l’attacco di Donald Trump contro la Repubblica islamica dell’Iran. «Poco fa, l’esercito degli Stati Uniti ha avviato importanti operazioni di combattimento in Iran», ha detto, con un cappellino da baseball candido e la scritta USA, in un messaggio alla nazione di otto minuti diffuso sul suo social Truth e filmato poco prima di lanciare l’operazione Epic Fury insieme con Israele.
«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce più gravi provenienti dal regime iraniano», ha spiegato. Urla «Morte dall’America» da 47 anni, ha ricordato elencando i maggiori crimini perpetrati dagli ayatollah contro gli statunitensi: la presa dell’ambasciata a Teheran e la crisi degli ostaggi del 1979, il bombardamento alla caserma dei marines a Beirut del 1983, in cui morirono 241 militari, il coinvolgimento negli attacchi suicidi di Al Qaeda del 2000 in Yemen contro il cacciatorpediniere Uss Cole.
Agli attentati direttamente perpetrati dal regime, si aggiungono quelli compiuti dall’infrastruttura militare e politica che la Forza Quds dei pasdaran ha armato, addestrato e finanziato per proiettare la sua potenza nel Medio Oriente e nel mondo, dal Libano allo Yemen, dalla Siria all’Iraq.
Gli attacchi di Hamas e della Jihad islamica palestinese del 7 ottobre 2023 rendono Teheran direttamente responsabile della guerra a Gaza che ne è scaturita. La “formidabile armada” statunitense è strutturata sia per lanciare attacchi che non ammettono rappresaglie degne di nota («non citrascineranno in una lunga guerra», ha promesso JD Vance) sia per reggere a una lunga campagna militare (il sito di informazione Axios ha previsto una campagna di bombardamenti di almeno cinque giorni).
«Sceglierò se prolungare la guerra o se concluderla in due o tre giorni e dire agli iraniani: “Ci rivediamo tra qualche anno se iniziate a ricostruire (i vostri programmi nucleari e missilistici, ndr)”», ha chiarito il presidente. In gioco, per Trump, c’è il giudizio che la storia darà sull’intera sua presidenza, a cominciare dal 2017, quando cominciò a disegnare un nuovo Medio Oriente spostando l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, riconoscendo la sovranità israeliana sulle alture del Golan, ritirandosi dall’accordo sul nucleare iraniano tutto a favore di Teheran, eliminando il califfo al-Baghdadi e il generale Soleimani, normalizzando le relazioni tra Israele e tre nazioni musulmane attraverso gli Accordi di Abramo, sopravvissuti al 7 ottobre, ottenendo il rilascio degli ostaggi dei tagliagole, bombardando l’impianto nucleare di Fordow, ponendo fine ai combattimenti a Gaza e approntandone la ricostruzione attraverso una rete di nuove alleanze riunita sotto l’egida del Board of Peace, pesticida contro l’asse Pechino/Mosca che già ha perso Damasco e Caracas e perderà anche Cuba.
Il tutto, dando pieno sostegno al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu perché disintegrasse Hamas, Hezbollah e gli Houthi, sostenendo il leader siriano al-Sharaa nella transizione post-Assad, rinsaldando l’asse storico di Washington con l’Arabia Saudita e vivificando, con nuovi accordi ottenuti attraverso i suoi tanto denigrati dazi, il rapporto con le monarchie sunnite del Golfo. La teocrazia era diventata intollerabile per tutta la regione.
Nessuna leadership, però, è mai stata rovesciata solo con le bombe. Che cosa faranno 93 milioni di iraniani ora che la Guida suprema è stata eliminata e che l’apparato della repressione è stato indebolito?
Per questo, dopo decenni di negoziati falliti, sanzioni e attacchi isolati, Trump ha messo le mani avanti: ha suggerito che è una guerra preventiva e che l’operazione non si limiterà a distruggere centrali nucleari o depositi di missili, ma gli Stati Uniti stanno combattendo accanto al popolo iraniano con l’obiettivo di far crollare la dittatura che «ha ucciso decine di migliaia di suoi concittadini. Al grande e orgoglioso popolo iraniano, dico che l’ora della vostra libertà è vicina – ha dichiarato – Quando avremo finito, prendete il controllo del governo. Sarà vostro». Anche se c’è da aspettarsi, ha gongolato il tycoon, che «aun bel momento mi chiameranno per chiedermi chi vorrei» al posto di Khamenei.
Dopo aver assicurato ai manifestanti iraniani che gli aiuti erano in arrivo, Trump aveva di fronte a se due strade: l’inazione, con il risultato di perdere la credibilità come toccò a Obama nel 2013, quando abbandonò i siriani sotto le bombe al cloro di Assad, e come toccò a Biden nel 2021 dopo il rovinoso ritiro dall’Afghanistan; o l’attacco, che è il tradimento della promessa elettorale “no avventure all’estero” ma è la garanzia della leadership americana.




