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Trump, la guerra è quasi finita. E cerca una via d'uscita per il greggio

di Costanza Cavalligiovedì 12 marzo 2026
 Trump, la guerra è quasi finita. E cerca una via d'uscita per il greggio

4' di lettura

Per nulla preoccupato dalle ultime minacce del regime iraniano – l’avvertimento del giustiziere, che sarebbe poi il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Larijani, è arrivato su X: «Sta’ attento a non essere eliminato tu» – Donald Trump ieri ha continuato sulla strada dell’ottimismo. Per l’immagine, certamente, resta pur sempre uomo da audience, e per allentare la tensione sui mercati, resta pur sempre un affarista, ma anche perché ha una via d’uscita.

È per l’immagine che ha affermato che, segue elenco, in Iran «non c’è praticamente più nulla da colpire» e che «la guerra finirà presto, quando lo decido io e sta andando alla grande», che «siamo molto in anticipo sui tempi previsti» e «abbiamo causato più danni di quanto pensassimo», che se lo volessero gli Stati Uniti potrebbero prendere di mira «ancora più obiettivi e con attacchi molto peggiori» rispetto a quelli messi a punto finora e che il regime si trova a capo di un Paese oramai «decimato», che potrebbe essere distrutto «in un’ora», al punto che «non saranno mai in grado di ricostruirlo (senza di noi, è il sottinteso, ndr)».

La disparità di forza militare è tale che per la Repubblica islamica il conflitto «è una guerra, mentre per noi è stata una piccola incursione di un paio di settimane», è la battuta finale. È per i mercati che ha invitato le petroliere internazionali ad attraversare lo Stretto di Hormuz e che ha assicurato che il prezzo del petrolio calerà, anche perché «quasi tutta la loro marina è andata perduta. Abbiamo colpito 28 navi portamine fino adesso, usando la stessa arma, esattamente la stessa arma che usiamo contro i narcotrafficanti. Vedrete una grande sicurezza nello Stretto». Secondo quanto riportato da Reuters, negli ultimi giorni Teheran avrebbe posato nell’area una dozzina di mine. Ma Washington, ha detto la portavoce della Casa Bianca Karolie Leavitt, «non permetterà ai terroristi iraniani fuorilegge di fermare la libertà di navigazione e il libero flusso di energia».

Il regime ha fatto due conti e ha risposto come può. Ha perso la Guida Suprema Ali Khamenei (e l’ha sostituita con il figlio, nascosto, azzoppato e mal voluto dal clero) e oltre 3mila guardiani della rivoluzione su 90mila sono stati eliminati, circa la metà dei missili balistici, delle rampe di lancio e dei siti di produzione missilistici sono stati distrutti, martedì sera ieri sera quattro bombardieri B2 hanno sganciato bombe anti-bunker su obiettivi sotterranei, ieri gli americani hanno cominciato a bombardare le banche, i raid israeliani su Hezbollah non accennano a calare. I pasdaran hanno ancora missili (sono 500 quelli lanciati contro Israele, di cui la metà con bombe a grappolo) e i droni Shahed fanno paura, soprattutto ai Paesi del Golfo. Ma, ridotti a reagire in modo difensivo piuttosto che strategico, l’attività principale degli iraniani è minacciare il blocco dello Stretto di Hormuz. «Preparatevi a pagare 200 dollari al barile», è l’avvertimento. Non solo: nel caso in cui gli Stati Uniti commettessero «un errore strategico», ha dichiarato una fonte militare, un altro stretto strategico della regione potrebbe trovarsi in una situazione simile a quella di Hormuz. Il riferimento è allo stretto di Bab el-Mandeb, tra Yemen e Corno d’Africa, già teatro di attacchi contro il traffico commerciale da parte dei ribelli Houthi, alleati dell’Iran.

Abbiamo detto dell’immagine e dei mercati, manca la via d’uscita, lunga otto chilometri e a 25 dalla costa. Raccontava ieri il Telegraph che in un’intervista del 1988, a Trump venne chiesto quali piani aveva per il futuro. Il magnate immobiliare doveva soltanto fare la promozione del suo libro, The art of the deal, ma l’uomo era come è tutt’ora e quindi immaginò che avrebbe potuto candidarsi alla presidenza un giorno e con lui sì che l’America sarebbe stata di nuovo rispettata. Perché, spiegò al giornalista, lui non avrebbe mai condotto la crisi degli ostaggi del 1979 come fece Jimmy Carter, che consentì alla Repubblica Islamica di «picchiarci psicologicamente, facendoci fare la figura degli idioti - disse Trump - Un colpo sparato a uno dei nostri uomini o a una delle nostre navi, e avrei fatto un numero sull’isola di Kharg. Sarei andato lì e l’avrei presa». Quarantina di anni fa, il palazzinaro ignorante oggi seduto nello Studio ovale sapeva già molto di affari mondiali: è proprio da Kharg, un ammasso di pietra calcarae il cui nome significa “dattero acerbo”, che transitano oltre il 90% delle esportazioni di greggio dell’Iran, per lo più dirette in Cina, fino a 1,6 milioni di barili al giorno. È ancora intatta, ma impadronirsene senza distruggerla significherebbe prendere per il collo i mullah senza impegnare truppe americane sul territorio.

Ogni futuro governo, inoltre, se volesse riconquistare la sovranità sulle esportazioni di petrolio e pagare burocrati e soldati e finanziare la propria ricostruzione dovrebbe ascoltare Washington. Un piano che Trump ha avuto 38 annidi tempo per progettare.