Israele sta «spelando» le capacità militari e le capacità della difesa e della produzione di prodotti di difesa della Repubblica Islamica. Con questo “termine militare” Lion Udler, israeliano esperto di sicurezza, antiterrorismo militare e strategia militare famoso per il suo seguitissimo canale Telegram, spiega gli obiettivi della campagna in Iran. «In questo momento Israele e Stati Uniti procedono con il piano che avevano fin dall’inizio. Ciascuno dei due ha obiettivi un po’ diversi, però hanno diviso compiti e missioni a seconda degli interessi. Israele sta colpendo di più i missili e i lanciamissili a lungo raggio, quelli che riescono a colpire Israele, e sta “spelando” l’Iran. Tecnicamente lo hanno già fatto al 70%, ma per dire che l’Iran è stato sconfitto bisognerà arrivare al 90%. In questi giorni stanno colpendo le basi missilistiche, le fabbriche dove producono armamenti o componenti di arma. Ci sono droni che si trovano nel cielo dell’Iran 24 ore su 24 cercando lanciamissili. Questi possono essere trovati appena dopo il lancio di un missile perché è quando un missile viene lanciato che, entro 4 minuti, i droni israeliani sono progettati per vederlo e colpirlo. Gli Stati Uniti operano invece più nel centro-sud del Paese e colpiscono soprattutto la Marina. Hanno già affondato 150 navi da guerra e imbarcazioni. Colpiscono anche basi militari e siti di produzione. Credo che gli iraniani non si rendano ancora conto del danno che hanno subìto». Sui media però prevale l’immagine di un Iran che reagisce e che la situazione sia un pareggio... «Capisco che, a vedere certi danni che subiscono i Paesi arabi e Israele per via di lanci di missili e di droni iraniani, si possano trarre conclusioni del genere. Ma bisogna sempre ricordare che in guerra anche i Paesi più forti difficilmente riescono ad uscirne senza danni. I danni che subisce Israele, però, non sono strategici. I Paesi del Golfo ne stanno avendo molti più danni, gli Emirati Arabi Uniti su tutti. Quello che lancia l’Iran finisce solo per il 13% su Israele e per l’87% sui vicini musulmani. Ma anche in questo caso non si tratta di danni strategici come quelli che sta subendo l’Iran. Le perdite degli ayatollah in questo momento non si vedono, e non si vedranno neanche nell’ultimo giorno di conflitto perché fino ad allora i pasdaran riusciranno a lanciare qualcosa. Teheran non sarà sconfitto al 100%, ma nessuno pretende di arrivare al 100%. Ripeto, l’Iran sarà tecnicamente sconfitto quando si arriverà al 90%».
Ma qual è l’obiettivo degli Stati Uniti?
«Fare in modo che il regime non abbia mai l’arma nucleare. Gli americani devono ancora occuparsene perché i siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow non sono praticamente stati toccati. È stato invece distrutto totalmente quello di Arak, come ha informato la stessa Agenzia internazionale per l’Energia Atomica. La marina credo che si possa considerare distrutta. Se resta ancora qualche imbarcazione, si tratta di barchette. Israele ha anche distrutto le navi che erano ormeggiate nel Mar Caspio: a questo punto l’Iran non potrà più utilizzare quella rotta per trasferire armamenti alla Russia. Finché resiste una leadership come quella che conosciamo adesso, gli Stati Uniti dovranno arrivare a un accordo. Perché il regime crolli servirà tempo, non cadrà da un giorno all’altro. Certo, per Washington l’Iran non è una minaccia esistenziale come per Israele. Gerusalemme non ha come obiettivo il cambio di regime, ma lavora affinché i dissidenti e l’opposizione abbiano l’opportunità di cambiare il Paese. Se Israele riuscirà a raggiungere circa il 90% di degradazione delle capacità militari degli iraniani, a questo punto i cittadini avranno la stessa forza del regime, che non avrà più navi, aerei o carri armati per difendersi. Certamente l’opposizione iraniana è già armata da Stati Uniti e Israele, ma con armamenti leggeri».
Esiste un allarme economico mondiale: il blocco dello Stretto di Hormuz impedisce l’export di petrolio, gas, perfino di fertilizzanti...
«Sì, sicuramente sì. Ma credo che gli americani prima di decidere di iniziare questo attacco abbiano preso in considerazione questa evenienza. Probabilmente hanno fatto un risk assessment (valutazione del rischio, ndr) e sono arrivati alla conclusione che due mesi dopo la fine di questa guerra i prezzi torneranno a essere bassi come prima, se non più bassi ancora. Lo stop di Hormuz, comunque, è una questione militarmente risolvibile e Trump deve solo prendere la decisione. Gli Stati Uniti sono pronti, hanno già tutti i piani. Dal Pentagono hanno detto che se il presidente sceglierà di prendere il controllo dello Stretto, le forze americane saranno in grado di farlo. Ora Trump dice che i colloqui sono in corso, ma in guerra il pubblico non può sapere quanto ci sia di vero in quanto viene detto. E sicuramente molta disinformazione è creata appositamente dall’amministrazione americana proprio per confondere».
Sia Israele sia le monarchie del Golfo sono attaccate dallo stesso avversario. Ciò alla fine favorirà l’ampliamento degli Accordi di Abramo, ovvero il riconoscimento diplomatico e la normalizzazione dei rapporti fra Gerusalemme e il mondo arabo?
«Sì, penso che questa guerra non potrà che portare a un ampliamento di accordi di normalizzazione. I Paesi arabi hanno scoperto che per loro la vera minaccia è l’Iran e non Israele».




