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Se per battere uno come Orbán ci vuole uno come Orbán

Per la prima volta in 16 anni il premier è in difficoltà. Davanti c’è Péter Magyar, suo ex alleato. Decisivo sarà il sistema elettorale
di Giovanni Longonimartedì 31 marzo 2026
Se per battere uno come Orbán ci vuole uno come Orbán

( LaPresse)

5' di lettura

Fra meno di un mese, il 12 aprile, l’Ungheria vota. Negli ultimi sedici anni, il risultato era scritto prima ancora che aprissero i seggi: Viktor Orbán avrebbe vinto, il suo partito, Fidesz, avrebbe governato, l’opposizione avrebbe perso e da sinistra avrebbero scritto articoli sul sistema elettorale truccato. C’è una battuta che circola a Budapest: “Non è vero che siamo una dittatura. Ci stiamo solo allenando”. Forse resterà una battuta perché stavolta i pronostici su chi vincerà aprono una prospettiva molto diversa rispetto al passato. E diversa dalla realtà di una dittatura. Per la prima volta dalla sua ascesa al potere nel 2010, Orbán infatti si trova nella posizione che ha sempre riservato agli avversari: quella di chi deve rincorrere. Il partito d’opposizione, Tisza, abbreviazione del Partito del rispetto e della libertà, guida i sondaggi con margini che non si vedevano da decenni. A sfidare il premier più longevo d’Europa è Péter Magyar, 44 anni, avvocato, ex diplomatico, ex marito della ministra della Giustizia. È l’uomo più pericoloso per Orbán perché conosce il sistema dall’interno, dato che per vent’anni ne ha fatto parte. Nel giro di ventiquattro mesi, Tisza è passato dall’inesistenza alla testa dei sondaggi. Alle europee del giugno 2024, prima vera prova elettorale, il partito prendeva il 30%, più del doppio delle aspettative. Da lì la curva non si è più fermata. Nell’autunno 2025 diversi istituti indipendenti registravano per la prima volta Tisza davanti a Fidesz. A febbraio 2026 in molte rilevazioni il margine si era allargato fino a venti punti tra gli elettori decisi.

DA ALLEATO A NEMICO
Per battere un Orbán ci vuole un altro Orbán. Magyar ha una laurea alla Pázmány Péter Katolikus Egyetem, l’università cattolica di Budapest, formazione d’élite nel contesto del nazional-conservatorismo ungherese. Carriera al ministero degli Esteri, poi alla Rappresentanza permanente di Budapest a Bruxelles, poi all’Ufficio del Primo ministro, poi alla direzione legale di Mbh Bank- uno dei principali gruppi bancari ungheresi - e alla guida del Centro per i prestiti studenteschi. Suo prozio è stato presidente della Repubblica. La sua ex moglie era ministra della Giustizia di Orbán. Il suo migliore amico d’università, Gergely Gulyás, è oggi il capo di gabinetto del premier. Il Pester Lloyd - il giornale di lingua tedesca di Budapest - lo ha ritratto con una formula efficace: un «konservativer Slimfit-Revoluzzer», un rivoluzionario conservatore in completo attillato. Come Kurz in Austria, Trudeau in Canada, Macron in Francia: il giovane leader post-ideologico che arriva in un momento di crisi sistemica. Ma Magyar non è solo un populista-chic. Per il quotidiano svizzero Tagesanzeiger, le sue posizioni su famiglia e patria differiscono a malapena da quelle di Fidesz. Per la sinistra ungherese (si veda il sito Mérce) Magyar è nella migliore delle ipotesi un opportunista. Entrambi questi giudizi hanno qualcosa di vero.

C’ERAVAMO TANTO AMATI
Il febbraio 2024 è stato il punto della svolta. L’allora presidente della Repubblica Katalin Novák concede la grazia a un uomo condannato come complice in un caso di abusi sessuali su minori in un orfanotrofio statale. La notizia trapela, l’opinione pubblica si indigna, Novák si dimette. Con lei si dimette anche Judit Varga, ex ministro della Giustizia, che aveva controfirmato il provvedimento. Varga era la moglie di Magyar, da cui si stava separando. Ore dopo l’annuncio delle dimissioni di Varga, Magyar annuncia su Facebook la sua rottura con il sistema. Poi dà un’intervista al canale YouTube Partizán - due ore di diretta, 2,6 milioni di visualizzazioni, un quarto della popolazione ungherese. In seguito pubblica una registrazione audio in cui la sua ex moglie discute di pressioni governative su procedimenti giudiziari legati alla corruzione, registrazione effettuata a insaputa della ex dolce metà. Infine, definisce Orbán «l’Al Capone dei Carpazi» e il suo sistema uno «Stato mafioso». Péter è efficace ma non molto fantasioso. Lo slogan di Tisza è Nem bal, nem jobb, csak magyar, «Né sinistra, né destra, solo ungherese». A molti ha ricordato i primi slogan di Orbán, un conservatore liberale che è diventato un conservatore nazionale. Un politico che di sicuro ha saputo dare agli ungheresi quello che chiedevano. Ma tutti i sistemi di potere che durano a lungo inevitabilmente si sclerotizzano e si inaridiscono.
Arriva un punto in cui l’elettore chiede un cambiamento. Magyar sembra l’uomo in grado di realizzarlo senza rivoluzionare il sistema ungherese. I sondaggi premiano il nuovo-vecchio che avanza. Ma non è così scontato che si traducano in una maggioranza forte per governare. Orbán in sedici anni ha infatti creato un sistema elettorale su misura per il predominio di Fidesz. Una sintesi di maggioritario secco all’inglese, forti premi di maggioranza per la componente proporzionale e una spruzzata di gerrymandering. Quindi i numeri di Magyar, presumibilmente distribuiti meno utilmente nelle campagne, potrebbero dimostrarsi insufficienti. Lo si capirà solo a spoglio avvenuto.

ENERGIA E PUTIN
L’Istituto dell’Europa Centrale di Lublino- uno dei centri di analisi politica più attenti all’area visegradiana - ha dedicato ampio spazio al discorso tenuto a Capodanno da Magyar. Il leader emergente ha annunciato che in caso di vittoria introdurrebbe dal primo giugno 2026 il divieto di ingresso per lavoratori provenienti da Paesi extra-Ue. Lo stesso istituto polacco ha segnalato che Magyar - il cui cognome significa proprio “ungherese” - ha difeso la minoranza ungherese in Slovacchia. A differenza della Polonia, etnicamente compatta dopo che i suoi confini furono ridisegnati dopo la Seconda guerra mondiale, l’Ungheria ha ancora una consistente diaspora nei Paesi vicini. Qualcuno a nord, appunto in Slovacchia, tanti a sud e sud-est, nella Transilvania oggi romena. E qualche decina di migliaia di persone a oriente, nell’attuale Ucraina. È proprio sul rapporto con Kiev che Magyar sta facendo i passi più decisamente contrari alla posizione di Orbán. Al Parlamento europeo, Tisza ha votato a favore di risoluzioni che sostengono il supporto militare a Zelensky e ha espresso posizioni atlantiste coerenti con la linea del Ppe di cui fa parte. In patria, tuttavia, evita l’argomento con prudenza.

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Anche la fortuna lo aiuta. La buona sorte oppure il Washington Post: il quotidiano americano ha rivelato che il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto, nelle telefonate che fa regolarmente con l’omologo russo Sergej Lavrov, gli avrebbe fornito particolari riservati delle riunioni collegiali dei ministri dell’Unione europea. Szijjarto ha dapprima negato, poi ha cominciato ad ammettere. Le fonti polacche aggiungono una prospettiva ancora diversa: Magyar ha promesso indipendenza dai combustibili russi entro il 2035. Una promessa che, secondo il portale di informazione di Cracovia Interia, si tradurrebbe in concrete opportunità di business per la Polonia, attraverso la fornitura di gas naturale liquefatto dai terminal polacchi verso l’Ungheria via Slovacchia. I polacchi leggono le elezioni ungheresi come un’opportunità economica e di ribilanciamento geopolitico della regione, non solo come una questione di democrazia liberale. Magyar ha anche dichiarato a Gazeta Wyborcza che in caso di vittoria il politico polacco Marcin Romanowski, esponente del partito nazionalista PiS, accusato di corruzione e rifugiatosi in Ungheria sotto la protezione di Orbán, farebbe bene a trovare un altro Paese dove nascondersi. In sintesi: Magyar mantiene molte delle posizioni orbániane, le corregge fortemente sul piano internazionale, passando dal neo-turanismo e filo-putinismo di Orbán all’atlantismo e a un moderato europeismo. Inoltre promette un approccio molto pragmatico nei confronti della Polonia di Donald Tusk, per rilanciare la storica amicizia tra Budapest e Varsavia. Giorgia Meloni è amica di Orbán ma probabilmente non si troverebbe male con un interlocutore del genere.

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