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Zapatero, viene giù un altro mito della sinistra nostrana (e amico dei dittatori)

Prima di Sánchez fu Zapatero a infinocchiare i progressisti italiani. Ma non ci volevano i giudici di Madrid per capire che l’ex inquilino della Moncloa era un po’ troppo vicino a uno come Nicolás Maduro
di Dario Mazzocchimercoledì 20 maggio 2026
Zapatero, viene giù un altro mito della sinistra nostrana (e amico dei dittatori)

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Da ispiratore della nuova via socialista a presunto capofila di una rete corrotta con società di comodo, documentazione falsa e canali finanziari oscuri «per esercitare influenze illecite, occultare l’origine e la destinazione dei fondi e ottenere benefici economici». È il quadro formulato dalla giustizia spagnola per l’ex primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero, all’interno di una vicenda che finisce per coinvolgere l’attuale capo del governo iberico, Pedro Sánchez. Anche lui socialista, anche lui indicato come punto di riferimento negli ambienti della sinistra italiana ed europea. Legami, intrecci, corsi e ricorsi della storia. L’intricata questione Plus Ultra, con il suo board manageriale composto anche da azionisti e dirigenti venezuelani, riapre la stagione da supposto mediatore politico di Zapatero nel Paese latino-americano, una volta chiusa la carriera politica. Percorsi già visti: impara l’arte e mettila da parte, senza incarichi pubblici ma con un pizzico di interessi privati. Il nome di Zapatero in Venezuela, appunto, è ben noto. Ha più volte partecipato come osservatore internazionale alle tornate elettorali dall’esito scontato, con la riconferma del dittatore Nicolás Maduro. A lungo andare, il rapporto tra il regime e l’ex premier socialista è diventato più che mai controverso.

Sei anni fa, ad esempio, invitò l’Unione europea a «riconsiderare» le proprie posizioni verso Caracas. Una “normalizzazione” del chavismo e dei suoi discendenti che si estendeva alla Cuba castrista e ad altri governi d’ispirazione socialista dell’America meridionale. C’è chi sostiene che il suo agire abbia contribuito alla liberazione di detenuti politici e ad avviare negoziazioni tra il regime di Maduro e le opposizioni, mai giunte a una vera conclusione. Nessuna vera transizione democratica, nessun cambio al vertice, materializzatosi invece con il blitz militare americano del 3 gennaio. Quello che doveva essere un ruolo di garante dei requisiti democratici alle urne e di intermediario politico tra regime e opposizione si è trasformato in un mandato di consulente per il gerarca, come denunciato proprio dalle forze d’opposizione venezuelane. Uno scenario che finisce per gettare un’ombra su Sánchez, non nuovo a dover scansare scandali: l’inchiesta Plus Ultra rischia di mettere in luce come il nuovo campione del progressismo europeo abbia agito negli interessi di Caracas, non proprio una rivendicazione di giustizia sociale. Quella di cui Zapatero è stato campione durante il suo mandato. «Un punto di svolta per la sinistra italiana»: così l’ex dirigente dei Ds Fabio Mussi descriveva l’ascesa dello spagnolo nel 2004.

«Lui sì che è un riformista vero», rilanciava l’ex segretario della Cisl, Raffaele Bonanni. Con Zapatero «viene sconfitta la destra e l’ingerenza del clero», ribadiva Fausto Bertinotti nel 2008. Romano Prodi, da presidente della Commissione europea, accolse con benevolenza la vittoria sui Popolari di José María Aznar per il «rafforzamento del fronte europeista». «Viva Zapatero!» incitava Sabina Guzzanti nel documentario realizzato nel 2005 come denuncia del berlusconismo imperante in Italia. Un tripudio favorito dall’immediato ritiro del contingente spagnolo in Iraq: una promessa elettorale dopo i tremendi attentati di Al Qaida a Madrid dell’11 marzo 2004 (192 vittime), a tre giorni dal rinnovo del Parlamento. «Bisogna fare come Zapatero», incitava Rifondazione comunista e, per Peppino Caldarola, il suo esempio era «un’occasione da cogliere». Ieri come oggi: allora il cattivo era George W. Bush, oggi è Donald Trump e la posizione di Sánchez contro l’aumento della spesa militare e la guerra in Iran rappresentano un dolce richiamo a sinistra che ricorda l’epopea zapaterista.

«Esprimo solidarietà al governo spagnolo di Pedro Sánchez sottoposto al ricatto di Trump», dichiarava a marzo Angelo Bonelli dopo che Washington metteva in conto di interrompere i rapporti commerciali con Madrid. Poche settimane fa, con il presidente americano impegnato a criticare il mancato appoggio dell’esecutivo italiano su Hormuz, Elly Schlein e Paolo Gentiloni suggerivano a Giorgia Meloni di seguire l’esempio di Sánchez quanto ad autonomia politica rispetto alla Casa Bianca trumpiana.