Ci spariamo nel week-end, tanto poi martedì ne riparliamo a Doha. Dove oggi si riapre il tavolo dei colloqui. La Repubblica Islamica dell’Iran nega di aver chiesto un incontro con i rappresentanti degli Stati Uniti, come invece rivela il presidente americano Donald Trump, che ha già incaricato Steve Witkoff e Jared Kushner di andare in Qatar: bisogna fissare un’agenda per sviluppare i temi del Memorandum d’Intesa firmato all’inizio del mese. La tregua è stata rotta da entrambe le parti, il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz è nuovamente calato.
Secondo i dati della società di monitoraggio marittimo Kpler, 29 navi mercantili hanno attraversato lo stretto sabato e 12 domenica. Cifre in netto calo rispetto alla settimana precedente, quando la firma del memorandum di intesa fra Teheran e Washington aveva portato a un incremento del traffico, con 70 attraversamenti solo nella giornata di mercoledì 24 giugno.
TREGUA FRAGILE
Ma il regime sciita non considera decisivi gli incidenti, purché siano funzionali allo scongelamento tempestivo del denaro all’estero. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian è sicuro che, con «la revoca delle sanzioni sul petrolio e sul settore petrolchimico», scattino lo sblocco e la restituzione di «6 dei 12 miliardi di dollari totali delle risorse iraniane in Qatar». A condizione, spiega la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che la tregua raggiunta sia effettiva: «Per quanto ci riguarda, stiamo rispettando la nostra parte del cessate il fuoco», perché altrimenti «alla violenza risponderemo con la violenza. Ci sono stati attacchi contro navi commerciali ai quali gli Stati Uniti, su ordine del presidente, hanno risposto e continueranno a rispondere se necessario, ma speriamo che non si ripetano».
Fra gli ostacoli alla ripresa delle trattative, il conflitto in Libano è il più evidente e rumoroso.
Naim Qassem, leader di Hezbollah respinge l’accordo quadro definendolo una resa e ribadisce che il movimento continuerà la resistenza armata. Non sono ancora state smantellate tutte le strutture operative di Hezbollah, come dimostra l’operazione delle Forse di Difesa israeliane che ieri hanno distrutto tre centri di comando nelle aree di Nabatieh e Mayfadoun e un tunnel sotterraneo lungo circa 200 metri utilizzato dai terroristi sciiti a Majdal Zoun, nel sud del Paese dei Cedri. E ce n’è almeno un altro sotto la cresta di Beaufort: per metterlo fuori uso si dovranno impiegare 500 tonnellate di esplosivo.
Ecco perché le altre forze armate nella zona, per ora, si limitano al monitoraggio. Il comandante del Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom), ammiraglio Brad Cooper, ieri ha incontrato a Beirut il presidente libanese Joseph Aoun e il comandante dell'Esercito libanese, generale Rudolph Haykal.
Aoun assicura «la determinazione dello Stato libanese a estendere la propria autorità, attraverso le forze armate», fino al confine con Israele. Intanto lascia che lo Stato ebraico finisca il lavoro. E il ministro della Difesa israeliano Israel Katz pur dichiarando che Israele «non ha ambizioni territoriali in Libano», chiarisce che le Idf non si ritireranno «di un millimetro» finché Hezbollah non sarà disarmato. Si può fare un esperimento nelle due località concordate, nell’ambito di un programma pilota che prevede il passaggio di consegne all'esercito libanese. Poi si vedranno i risultati, anche se c’è da dubitare che l’apparato militare di Beirut «si trasformerà improvvisamente in leoni che caricano contro Hezbollah» e, pertanto, la presenza delle Idf in Libano sarà «a lungo termine», nelle previsioni di Katz. Una funzione sussidiaria, necessaria per ridurre la minaccia della guerra santa contro Israele, ma anche per riportare il Libano alla sua indipendenza, almeno fintanto che non interverrà una forza d’interposizione. Ma i tempi delle decisioni sugli schieramenti di missioni internazionali sono lunghi. E toccherà ancora una volta a Gerusalemme farsi carico della pace in Medio Oriente.
LAVORO DA FINIRE
Avrebbero già risolto la situazione, se non ci fossero stati gli americani a fermarli. Katz rivela che, quando Trump «ha collegato l'Iran e il Libano», Israele ha dovuto smettere di «radere al suolo edifici a Beirut», ma ha potuto effettuare «attacchi mirati» contro Hezbollah nella capitale libanese. «Mi dispiace per questo collegamento, ma era nell'interesse americano. Desideravano fortemente promuovere la possibilità di negoziati con l'Iran», ha spiegato Katz, aggiungendo che «quando si instaura una partnership, questa presenta dei vantaggi, ma comporta anche dei limiti». Se non ci fosse stato un collegamento tra il Libano e l'Iran, «Hezbollah sarebbe crollato», assicura Katz.




