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In Africa è boom economico dopo lo stop agli aiuti americani

Invece di inviare l’elemosina gli Stati Uniti investono in progetti. Così il Pil di molti Paesi sub-sahariani registra tassi di sviluppo superiori al 5 per cento
di Dario Mazzocchisabato 18 luglio 2026
In Africa è boom economico dopo lo stop agli aiuti americani

2' di lettura

Avrebbe dovuto rivelarsi una politica sciagurata e destinata a gettare il continente africano in una crisi irrimediabile, economica e umanitaria, ma lo scenario si sta rivelando diverso rispetto alle fosche previsioni. Quando l’amministrazione repubblicana di Donald Trump ha inaugurato i tagli a USAID, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, con lo smantellamento di progetti e il licenziamento di molti dipendenti, l’Onu metteva in conto un impatto distruttivo.

TAGLI E ACCORDI I primi interventi di ridimensionamento degli aiuti internazionali da parte di Washington sono coincisi con il secondo insediamento di Trump alla Casa Bianca e hanno riguardato anche la regione dell’Africa subsahariana: 7,86 miliardi di trasferimenti in confronto agli oltre 12 miliardi del 2024. Nazioni come Etiopia, Nigeria e Mozambico hanno registrato riduzioni comprese tra il 30 e il 60%. Ma i tagli sono stati spesso sostituiti da accordi commerciali: un nuovo approccio, la «Commercial Diplomacy Strategy», in cui i Paesi africani non sono più considerati semplici destinatari di assistenza, ma partner in affari. Così, come stimato dal Fondo monetario internazionale, per il 2026 l’Africa subsahariana dovrebbe crescere fino al 4,6%, superando le proiezioni del continente asiatico e trainata da investimenti in energia, infrastrutture ed estrazione mineraria – preziosa anche per il recupero di terre rare fondamentali in campo tecnologico e militare. «L’ex presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, nel 2002 disse: “Non ho mai visto Paesi svilupparsi grazie agli aiuti: i Paesi che si sono sviluppati come gli Stati europei, l’America, il Giappone hanno tutti creduto nel libero mercato”», commenta Anna Mahjar-Barducci, project director e ricercatrice al Middle East Media Research Institute. «I Paesi in via di sviluppo non hanno bisogno di carità» perché, come sottolinea l'economista dello Zambia, Dambisa Moyo, «lo sviluppo duraturo non nasce dalla dipendenza dagli aiuti internazionali, ma dalla capacità delle persone di creare ricchezza attraverso mercati aperti».

PROPRIETÀ E MERCATO Per farlo occorre passare dall’ideologia della proprietà collettiva della terra al riconoscimento del diritto di proprietà, «fondamento di un’economia dinamica e della crescita autonoma». «Chi promuove la tutela della proprietà privata e dell’apertura ai mercati non è un nemico dell'Africa, ma contribuisce a creare le condizioni perché gli africani possano crescere in prosperità», aggiunge. La strategia della diplomazia commerciale passa dalle 37 operazioni concluse dagli Stati Uniti attraverso il Bureau of African Affairs, per un valore complessivo di quasi 26 miliardi di dollari. Le ambasciate collaborano con le imprese per definire riforme in campo economico, assistenza tecnica e facilitare gli investimenti. Un ribaltamento rispetto alla prassi consolidata dell'assistenzialismo internazionale «che ha mantenuto i Paesi in via di sviluppo nella povertà», sottolinea Mahjar-Barducci. «L’errore più grande è guardare le persone nei Paesi in via di sviluppo come a vittime passive che attendono di essere salvate. A impedirne il progresso non è la mancanza di capacità, ma l’esclusione da quei mercati e da quelle istituzioni — come la tutela della proprietà, l’accesso al credito e lo stato di diritto — che rendono possibile creare ricchezza».