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Attentato islamico al Pride, il terrorista voleva ammazzare ancora

di Daniel Mosserilunedì 27 luglio 2026
Attentato islamico al Pride, il terrorista voleva ammazzare ancora

7' di lettura

«Haltung ist hot». Un’espressione traducibile come «Difendere le proprie convinzioni è sexy». Era questo il motto scelto dalla città di Berlino per celebrare l’edizione 2026 del Christopher Street Day (Csd), dal nome della più grande celebrazione dell’orgoglio Lgbtq+ della capitale tedesca.

La due giorni di commemorazioni e manifestazioni, annunciata da settimane anche con i cartelloni pubblicitari nelle principali arterie cittadine, è finita nel peggiore nei modi e cioè con un attacco terroristico contro il Berlin Pride, l’evento conclusivo del Csd. Attorno alle 22 di sabato, un uomo ha lanciato un furgoncino bianco contro le persone che avevano appena seguito la sfilata del Pride e stavano spostandosi a piedi nel Tiergarten, il grande parco cittadino che si estende dallo zoo alla Porta di Brandeburgo. Diversi passanti vengono travolti dal veicolo che poi si schianta su un albero: il passaggio dal clima di festa al clima di terrore è questione di attimi. All’arrivo di polizia e ambulanze una donna è dichiarata morta mentre decine di persone risultano ferite, tre delle quali in maniera molto grave. Nessuna traccia, invece, dell’attentatore.

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Tramite il suo veicolo le autorità risalgono alla sua identità e diramano un identikit: si chiama Abdul Ballout, ha 21 anni, alto 1 metro e 90, magro, capelli neri, carnagione scura. La legge tedesca vuole che le generalità delle persone sospettate di un crimine siano coperte ma questo caso è diverso: il sospettato, fuggito a piedi insieme alla folla nel grande parco alberato e forse armato di machete, è pericoloso. I media diramano la sua foto: è caccia all’uomo. La polizia “pettina” le stazioni della metropolitana e irrompe in un paio di appartamenti di Schöneberg Ballout però non si trova. Il pensiero di tanti corre al 19 dicembre del 2016, quando, sempre a Berlino, il tunisino Anis Amri uccise un camionista polacco per poi lanciare il suo autoarticolato contro il mercatino di Natale di Breitscheidplatz, a due passi dallo zoo, uccidendo dodici persone e ferendone una cinquantina.

Anche in quel caso scattò la caccia all’uomo ma fu la polizia italiana a intercettare e uccidere Amri all’alba del 23 dicembre a Sesto San Giovanni.
Alle 16 di domenica il ministro degli Interni, Alex Dobrindt, si rivolge alla stampa dal luogo dell’attacco: “Quello che vediamo indica che abbiamo a che fare con attacco terroristico di matrice islamica: conosciamo il sospettato. Abbiamo dispiegato la polizia di Berlino e la polizia federale presso aeroporti, stazioni dei treni e alle frontiere”. Più tardi arriva la reazione del cancelliere Friedrich Merz che parla dal soglio della Marienkirche, dove si è svolta una messa in suffragio delle vittime. Il capo del governo lancia un appello: «Non lasciamoci intimidire da questi crimini», si rivolge alla comunità lgbtq+. «Vogliono dividere la nostra società, vogliono portarci via la cosa più importante che abbiamo: la nostra società aperta, la nostra società liberale: rimarremo uniti, non lo permetteremo”.

Il colpo è pesante e i toni sono molto seri. Berlino, la capitale Lgbtq+ d’Europa, è colpita a morte nel giorno dell’orgoglio omosessuale che attira migliaia di partecipanti da altre regioni: la festa contro le discriminazioni è finita nel sangue dell’odio e negli appelli del sindaco Kai Wegner ai partecipanti a tornare a casa. Alle 19, il secondo canale televisivo, Zdf, annuncia che Ballout è stato catturato a Spandau, un quartiere nordoccidentale di Berlino dove il degrado è diffuso. «Lo hanno preso», titola la Bild, spiegando che la polizia gli ha sparato, visto che voleva uccidere ancora. Lapidaria una vicina di casa del giovane: «Qua sono tutti radicalizzati». I fatti di sangue di domenica confermano come la Germania sia ormai d’elezione del terrorismo islamico. La lista di attentati compiuti negli ultimi anni da tanti – spesso giovani – invasati al grido Allahu akhbar è lunghissima e i media non lo dimenticano: si parte dall’attentato con la valigia esplosiva piazzata dal libanese Youssef El-Hajdib su un treno regionale di Colonia (l’ordigno non detonò per un errore tecnico) nel luglio 2006 per arrivare fra auto in corsa, asce, cinture e zaini esplosivi al quadruplice tentato omicidio all’arma bianca tentato dal siriano Mahmoud M. in centro a Bielefeld a maggio 2025. Moltissimi degli attentatori rivendicheranno le loro azioni in nome dello Stato islamico.

A rendere più brucianti i fatti di Berlino è che Ballout, cittadino tedesco di origine libanese, era già noto alle autorità proprio per essersi radicalizzato e appartenere alla scena islamista e, scrive la Zdf, il suo telefono era monitorato. In passato Ballout avrebbe cercato di partire per la Siria per unirsi allo Stato islamico, e l’anno scorso sarebbe stato arrestato in Libano e condannato a tre mesi di carcere.

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Nella primavera del 2026 sarebbe stato anche in custodia cautelare in Germania con l’accusa di pianificare un’azione terrorista. Fra sabato e domenica, infine, un cittadino iraniano è stato fermato col sospetto che fosse sull’auto con Ballout al momento dell’impatto, come suo complice. Domenica la presidente del Bundestag Julia Klöckner, criticata in passato per non aver fatto issare la bandiera arcobaleno sopra il Bundestag in occasione del Csd – ma lo ha fatto il 17 maggio, Giorno internazionale contro omofobia e transfobia – ha fatto sventolare la bandiera tedesca a mezz’asta, in segno di lutto.
C’è un van che corre a tutta velocità contro la sinistra italiana e ne travolge narrazione e pregiudizi che sarebbe più giusto chiamare per quel che sono: posizioni politiche di comodo sorrette in vita da cecità o cinismo. È lo stesso van guidato da un fanatico islamico che sabato sera si è scagliato contro il gay pride di Berlino uccidendo una persona e ferendone ventinove. È un van carico di imbarazzo, perché processa tutti gli errori, o le furbizie, dell’ideologia su cui pianta le tende il campo largo, testardamente unitario nel non voler ammettere la realtà e pervicacemente in malafede nel voler fare della destra il ricettacolo dei mali che affliggono il mondo.

Basta prendere i commenti all’attentato di Ilaria Salis e di Riccardo Magi di + Europa, i due estremi del cartello elettorale anti-Meloni, per averne la prova. Lei: «Il fanatismo religioso e l’estrema destra condividono lo stesso odio e la stessa intolleranza verso la comunità Lgbtq+». Lui: «La violenza verso il mondo Lgbtq+ non ha una sola matrice; può nascere dall’estrema destra come dal fanatismo religioso». Della serie, tira in mezzo la destra anche quando non c’entra nulla e i suoi leader, Giorgia Meloni in testa («L’Italia si oppone a ogni estremismo ed è vicina al popolo tedesco»), intervengono tempestivamente contro il fanatismo e l’odio nei confronti degli omosessuali, mentre quelli di sinistra alla sera del dì di festa ancora non si sono svegliati.
Basta pensare alla gara a puntare il dito più forte e più veloce contro il governo italiano che i vari Nicola Fratoianni, Giuseppe Conte, Elly Schlein avrebbero ingaggiato tra loro se alla guida del van assassino, al posto di un giovane islamico tedesco di origine libanese ci fosse stato un elettore di Afd, eterosessuale e bianco. A poco sarebbe servito far notare che il partito tedesco di estrema destra, da qualche tempo prima forza nel Paese, è guidato da una donna dichiaratamente lesbica e sposata con una cingalese. Tutti quelli che ieri se ne sono stati a lungo in silenzio, delegando alle seconde file dichiarazioni routinarie, sarebbero scattati per denunciare che l’Europa è attraversata da un’ondata neofascista, razzista e omofoba.

Si preoccupa di far vedere che il re è nudo la Comunità Ebraica italiana, che poco più di un mese fa era stata esclusa dal gay pride di Roma, dove invece sventolavano decontestualizzate bandiere pro-Pal, perché «ha la responsabilità di non aver preso le distanze dal genocidio di Gaza, rendendosi complice di una discriminazione». «Ebrei, cristiani, donne e comunità Lgbtq+ sono spesso i primi bersagli dell’islamismo radicale», ha dichiarato in proposito il presidente della comunità milanese, Walker Meghnaghi. «Chiediamo a Elly Schlein e a tutta la sinistra, che continua a voltarsi e non vedere il pericolo dell’islamismo radicale, come si concili la difesa dei diritti con l’appoggio, anche solo implicito, a ideologie in cui quegli stessi diritti vengono calpestati».

Una domanda destinata a restare senza risposta, perché i leader progressisti sono prigionieri delle ambiguità della narrazione che hanno costruito per attaccare il centrodestra e ogni qualvolta si scontrano con la realtà, la strategia è quella di inabissarsi e attendere che l’imbarazzo passi. «Non importa l’origine o il credo religioso di chi abbia commesso l’attentato, il punto è l’odio»: la dichiarazione di Sinistra Italiana è la cartina di tornasole perfetta dell’approccio che il campo largo ha rispetto alla violenza. Quando l’aggressione arriva da settori che la sinistra sente in qualche modo vicini o funzionali alla sua causa, il male viene spersonalizzato e diventa realtà immanente del mondo; quando è invece qualcuno dell’altra parte a sbagliare, il male ha una faccia, che diventa simbolo di un’intera comunità, la quale stavolta è la sola responsabile di tutte le ingiustizie del mondo.

È accaduto ieri con la tentata strage di Berlino, così come il giorno prima con le violenze dei soliti antagonisti rossoverdi in Val di Susa, che hanno ferito duecento agenti senza che un leader della sinistra si sia sforzato di esprimere una condanna dura e inappellabile, neppure dopo l’intervento di condanna del presidente della Repubblica. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, ammonisce la saggezza popolare. Ma il guaio è che tra violenti e sinistri è spesso arduo capire chi ha iniziato a zoppicare per primo. Ci consoliamo con il fatto che almeno riusciamo ancora a distinguerli.

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