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La tesi del genocidio a Gaza smontata punto per punto

Le accuse a Israele sono frutto di un’opera di disinformazione Le prove raccolte in un dossier che smentisce le bugie su Gaza
di Andrea Morigigiovedì 13 agosto 2026
La tesi del genocidio a Gaza smontata punto per punto

3' di lettura

Prima ti stermino e poi ti metto sotto accusa per genocidio. Inizia il giorno successivo alle stragi in Israele del 7 ottobre 2023 l’opera di disinformazione contro la presunta pulizia etnica dei palestinesi compiuta dallo Stato ebraico. Una vecchia campagna quindi, costruita a partire dal 1975 sulla base dell’arsenale antisionista sovietico, in realtà, ma rivisitata nell’occasione, con l’arrivo dei rinforzi dalle Nazioni Unite e dal Bds, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per colpire le aziende israeliane. E partita prima ancora dell’avvio di qualsiasi risposta militare contro i terroristi di Hamas da parte delle Idf. È la strategia della GenoLie, della Geno-bugia, esposta in otto punti, come tessere di un puzzle, da un’iniziativa educativa alla quale hanno partecipato 35 sigle, fra le quali l’italiana Alleanza per Israele - volta a smentire attraverso un dossier disponibile online le menzogne diffuse dal vasto network mondiale dell’antisemitismo per ingannare l’opinione pubblica mondiale.

Denunciare la Pallywood, cioè le false rappresentazioni della sofferenza della popolazione di Gaza e della Cisgiordania, finora non si è rivelato uno strumento sufficiente per smascherare il gioco della propaganda. Innanzitutto perché il mondo dell’informazione ha abboccato, per solidarietà di categoria, all’amo della denuncia dell’uccisione dei giornalisti da parte di Tsahal. Che poi si trattasse allo stesso tempo di combattenti della guerra santa, come Amin Fathi Hamdan - che svolgeva un doppio lavoro per la tv qatariota Al Jazeera e Hamas e Mohamed Naser Abu Huwaidi - fotoreporter e comandante della Jihad Islamica Palestinese - è un dettaglio passato in secondo piano anche quando in seguito sono state pubblicate le immagini che li ritraevano nell’atto di sparare con il fucile mitragliatore. E nonostante che un’analisi approfondita dell’elenco delle vittime, prodotto dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti, mostri che il 72% aveva legami con gruppi terroristici. Una lista, fra l’altro, nella quale mancavano i giornalisti perseguitati e messi a tacere da Hamas.

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Quel che funziona meglio, in termini di disinformazione, sono i luoghi comuni. Si parte dalla deformazione dei testi biblici, utilizzati per incolpare gli ebrei di coltivare, fin dalle origini, una cultura che postula la cancellazione totale del nemico. Sullo stile dell’accusa del sangue, la vecchia teoria del complotto giudaico fa da sfondo a una narrativa che nasconde gli orrori compiuti dagli antisemiti gettando un’ombra di odio sugli obiettivi autentici degli atti di violenza. La conseguenza pratica è lo scatenamento di una follia che si concretizza in azioni tipiche dei pogrom, con le sparatorie come quella avvenuta a Bondi Beach in Australia, il 15 dicembre scorso, le aggressioni quotidiane a chi osa indossare la kippah in pubblico, ma anche la rinascita di gruppi suprematisti e neonazisti in Canada, le piattaforme politiche di alcuni esponenti Dem, musulmani e di sinistra, negli Stati Uniti.

Dopo tanta preparazione culturale, il colpo da maestro consiste tuttavia nell’introduzione, a livello giuridico, di una definizione distorta del crimine di genocidio, che prescinde dall’intento di distruggere un popolo. Se manca quella condizione, secondo la convenzione Onu del 1948, scritta dopo la Shoah, cade anche il crimine. Ma chi ha montato il caso alla Corte Penale Internazionale non ha letto il testo oppure lo ha strumentalizzato a fini politici, confondendo l’eliminazione dei terroristi, che non indossano uniformi, con l’uccisione di civili.

Al risultato hanno contribuito, ancora una volta, le rappresentazioni mediatiche della denutrizione a Gaza, l’attribuzione della carenza di cibo a Israele che mandava tonnellate di aiuti nella Striscia - invece che ad Hamas - che sequestrava alimenti, farmaci e generi di prima necessità e trasformava i civili in scudi umani. L’immagine di un bambino morto di fame sulla prima pagina del New York Times del 25 luglio 2025 si sarebbe poi rivelata falsa. Ma ormai la bufala sulla carestia aveva fatto il giro del mondo. Perfino l’Unicef, nei giorni scorsi, ha smentito che i bambini palestinesi siano più malnutriti dei vicini arabi. Eppure sembra ormai troppo tardi per ritirare la maledizione che ha colpito Israele.

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