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Vacillano le certezze dei filo-Putin: "La Russia non sta benissimo"

Anche il Fatto Quotidiano si è accorto di tutti i problemi economici di Mosca. Diagnosi: "Bene ma non benissimo"
di Costanza Cavallimercoledì 19 agosto 2026
Vacillano le certezze dei filo-Putin: "La Russia non sta benissimo"

4' di lettura

To’, pure al giornale più filorusso d’Italia si accorgono che a Mosca hanno qualche grana. Ieri il Fatto Quotidiano ha pubblicato un’analisi dell’economia russa, a firma Marco Palombi. Diagnosi: «Bene ma non benissimo». I dati citati, peraltro, filano. A luglio gli incassi russi da export di idrocarburi sono calati del 12% rispetto a giugno. I carichi di petrolio e gas nei porti sono scesi del 23% e hanno toccato il minimo storico. Mosca è costretta a importare benzina da Nuova Delhi. Il deficit dei primi sette mesi vale il 2,8% del Pil contro un obiettivo dell’1,6. Sberbank, la banca pubblica più grande del Paese, non guarda più ai crediti nuovi, ristruttura i vecchi. Il capo economista della banca statale Veb, Andrei Klepach, a maggio aveva avvertito: «Non vinceremo questa guerra di logoramento». Domenica è stato licenziato, dopo una telefonata dall’alto. Eppure, le certezze del Fatto son durate, senza un’incrinatura, per quattro anni e rotti.

Nel maggio 2024 il giornale titolava che le sanzioni erano «sempre più un boomerang» e che l’economia russa aveva forse superato quella tedesca. Nell’ottobre 2025 Travaglio spiegava che a rimetterci eravamo noi, che a dar retta alle sanzioni la Russia «dovrebbe essere in default da tempo» e che stava cadendo l’ultima, decisiva, fortificazione nel Donetsk: mesi di assedio, precisava, «che tutti scambiavano per uno stallo». Dieci mesi dopo, lo stallo è ancora lì. Quanto alla linea filoputiniana, il primo ad accorgersene fu Furio Colombo, che quel giornale aveva contribuito a fondarlo: se ne andò a maggio 2022 scrivendo, a proposito del professor Orsini, «non voglio essere complice».

Palombi ha una tesi: a piegare l'economia russa non sono le sanzioni, sono le bombe ucraine. I droni che spaccano le raffinerie, però, volano perché europei e americani li hanno pagati, armati e autorizzati: fra sanzioni e bombe la distinzione è più sottile di quanto faccia comodo. Oltre ai dati elencati dal Fatto, poi, ce ne sono altri: il buco di bilancio, conta il Financial Times, è di 6.500 miliardi di rubli in sette mesi, 76,5 miliardi di dollari, quasi il doppio del previsto, e le Finanze mettono in conto altri 4mila miliardi di rubli di spese militari fuori programma. La banca centrale tiene i tassi al 14% e incassa le pubbliche rimostranze di Putin, che li vorrebbe più bassi. I cittadini affrontano code ai distributori, razionamento, la peggior crisi del carburante dai tempi sovietici. L’imposta sugli utili sta al 25%. Gazprom oggi capitalizza 26 miliardi: nel 2008 ne valeva 367. Nel 2025 sono andate in deficit 73 regioni su 89, erano 49 nel 2024. Fra giugno e luglio il ministero delle Finanze ha annullato tre aste di titoli su quattro per mancanza di compratori, poi le ha sospese. E la disoccupazione ai minimi storici, attorno al 2,2%: non è un indicatore di salute, ma il segnale che il reclutamento e l’industria della difesa stanno prosciugando la forza lavoro.

Mosca non resterà senza soldi domani, ma sta finendo le opzioni politicamente sostenibili per procurarseli. «Bene, ma non benissimo». Niente di tutto questo implica che Putin si fermerà. I suoi piani sono tutti falliti (A. Ottenere la collaborazione di Trump B. Aspettare che Trump mollasse Kiev C. Resistere e prevalere sul campo di battaglia), la Russia perde circa 30mila uomini al mese fra morti e feriti gravi e ne recluta 27mila, un terzo della capacità di raffinazione è fuori uso, il gradimento di Putin è sceso dall’80% di gennaio al 66% di luglio, la crescita 2026 è stimata allo 0,4%. Eppure la difesa costa l’8% del Pil: meno di quanto spesero Urss e Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale e un quinto di quel che spende l’Ucraina. E il Cremlino può contare sulla censura, la sorveglianza, il carcere per i renitenti. Può scaricare i costi su imprese, regioni e famiglie, e lo farà. Intanto, ha raddoppiato la produzione di missili balistici, mentre a Kiev finiscono gli intercettori. Fuori dai confini si lavora a legami più stretti con vari Paesi africani, dove il Cremlino capitalizza l’eredità anticolonialista e presidia l’influenza sugli Stati post-sovietici. Non sempre riesce: dai Brics non è nata la potenza diplomatica sperata e nel 2024 Mosca non ha impedito la caduta di Bashar al-Assad, alleato di mezzo secolo.

Ma la determinazione a sopravvivere all’Occidente resta intatta e il conto dell’isolamento arriverà nei prossimi decenni. Inoltre, con l’avanzata in Ucraina che avanzata non è, la tentazione di Mosca è spostare il disordine fuori dal campo di battaglia. Sabotaggi in Europa, droni sui cieli Nato, basi aeree vicino ai nostri confini orientali. Una Russia più debole non tratta: allarga. Palombi chiude con un promemoria: nessuno pensi che le difficoltà economiche annuncino l’implosione del regime. Ha ragione. Solo che per lui è una rassicurazione e per noi è una minaccia: se il regime non implode e il fronte non si muove, la guerra non finisce, si sposta. Mosca non cede e non cederà per un pezzo, e il motivo non è l’economia: è Putin, che non ha alcuna intenzione di uscire dal buco in cui si è cacciato. Al Fatto, insomma, possono stare tranquilli. Animo!