Chissà se anche gli elettori islandesi sono, in maggioranza, «persone che non hanno tanto studiato», come il presidente del Pd Bonaccini definisce gli elettori genericamente “di destra”, esibendo una supponenza davvero fuori luogo. Di certo quegli elettori hanno votato “No” alla ripresa dei negoziati per l’adesione dell’Islanda alla Ue, unendosi alla fitta schiera di votanti considerati immaturi, perché hanno nei decenni rifiutato, tutte le volte che son stati chiamati a esprimersi, le “magnifiche sorti e progressive” di un certo europeismo. Per dire, i francesi e gli olandesi nel 2005 votarono contro la ratifica del progetto di Costituzione europea, e la Brexit (non a caso richiamata da Bonaccini) è del 2016. Insomma, l’Unione sembra avere un problema con la democrazia diretta. D’accordo, il voto islandese non riguardava, a rigore, l’adesione alla Ue. Si chiedeva infatti ai votanti se sia opportuno, per l’Islanda, riprendere le trattative per aderire all’Unione: ma, se ci si pensa bene, la prevalenza del No, in ottica Ue, è ancora peggio, perché è come se gli elettori abbiano detto «non vale la nemmeno la pena provarci». Ora, non si tratta affatto di esultare in funzione anti-Ue. Si tratta, piuttosto, di provare a comprendere perché gli elettori, quando ne hanno occasione, votano così, e agire di conseguenza, per il bene stesso delle istituzioni europee. Purtroppo, è molto significativa la miopia delle reazioni dei “benpensanti” – quelli per cui tutto ciò che viene da Bruxelles è cosa buona e giusta e, anzi, più ne viene e meglio è.
Chi abbia scorso i quotidiani all’indomani del referendum islandese può farsene un’idea. Una breve rassegna. Ci sono quelli per cui “non è successo nulla”, e che, dopo aver tifato strenuamente per il Sì, ora sostengono che nulla cambia, perché l’atteggiamento degli islandesi era già noto. Ci sono poi quelli che danno la colpa all’estrema destra, che tifa per la disgregazione della Ue (ma dar dei fascisti agli islandesi, lo si riconoscerà, ha un che di bizzarro). Ecco, poi, quelli che si lamentano che è stato un voto emotivo, perché gli islandesi sono gelosi delle proprie prerogative in tema di pesca, e temono, gli ingenui, di dover cedere quote di mercato secondo le regole europee (come se difendere un pilastro della propria economia sia scelta emotiva e non, invece, razionale assai). Ci sono anche quelli che, in mancanza di meglio, attribuiscono la responsabilità ai “populisti”, che semplificano maliziosamente realtà complesse (e qui, una buona volta, si dovrebbe chiedere una moratoria nell’utilizzo a buon mercato di un termine – “populista” – di cui non si tenta mai una definizione seria). E ci sono infine (potevano mancare?) quelli che danno la colpa agli hacker russi, che a colpi di fake news e di ingerenze tramite social avrebbero influito decisivamente sul voto.
L'Islanda rimette in congelatore l'Ue
«L’Islanda dovrebbe riprendere i negoziati per l’accesso all’Unione europea?». La risposta...REAZIONI IDEOLOGICHE
Queste reazioni fanno ulteriormente male all’Unione. La loro cecità, il loro carattere ideologico, fa particolarmente risaltare la mancanza di qualsiasi seria riflessione su un’Europa diversa da quella attuale. Manca, in particolare, il coraggio di riflettere su un assetto delle istituzioni europee che sappia mettere davvero in comune ciò che ci unisce, ma al tempo stesso non mortifichi, bensì difenda, le specificità delle Nazioni che compongono l’Europa, nei diversi settori, economico, etico-culturale, sociale e religioso. Il principio di sussidiarietà, che pure informa i Trattati, dovrebbe trovare maggiore spazio, perché è quello che consente ad ogni singolo Paese membro di far da solo ciò che sa far meglio.
Serve, in generale, che i cittadini di ogni Paese europeo non sentano istintivamente le istituzioni di Bruxelles come lontane o, peggio, nemiche. «Lo spirito europeo odia il grumo», scriveva nel 1944 Alberto Savinio, e voleva dire che lo spirito critico europeo vede con sfavore ogni tentativo di uniformizzazione forzata. Non è questa la sede per approfondire, ma i singoli Stati europei continuano ad essere i “signori dei Trattati” e da loro dipendono eventuali modifiche. Alcuni pensano che i cambiamenti siano impossibili, inutili o controproducenti, altri invocano penetranti modifiche, tra cui l’abbandono del potere di veto dei singoli Stati, con la generalizzazione delle decisioni a maggioranza. Ma se non è ben chiaro quali sono gli spazi di libertà e sovranità dei singoli, il voto a maggioranza va esattamente nella direzione della uniformazione forzata, del “grumo”. E, di fronte a simili scenari, perché biasimare la piccola Islanda che preferisce starne fuori?




