Il New York Times tiene un vocabolario che apre solo all’occorrenza, e l’occorrenza non arriva mai quando scrive “fascista”, aggettivo qualificativo che adopera al pari di alto o biondo, mentre arriva puntuale quando i repubblicani dicono “comunista”, parola che il quotidiano concede solo dietro esibizione di tessera di partito, atto notarile e confessione firmata. La prova è arrivata domenica, con un articolo di Tim Balk pubblicato nelle pagine di cronaca, non nei commenti, sulla campagna repubblicana per il voto di metà mandato: l’accusa di comunismo che Donald Trump rivolge ai democratici è «infondata» e «inverosimile», perché nessun candidato credibile si dichiara comunista. Balk ammette, cara grazia, che due indizi di “comunismo” ci sono: gli elogi di Bernie Sanders alla rivoluzione castrista e un post per più letteratura marxista nelle biblioteche pubbliche. Poi però si ferma, e quindi continuiamo noi.
I Democratic Socialists of America, che hanno vinto primarie democratiche in cinque Stati e fatto eleggere sindaco di New York Zohran Mamdani, a giugno hanno pubblicato un programma che chiede la proprietà pubblica delle grandi aziende, l’abolizione del Senato e una nuova Costituzione per fare degli Stati Uniti una repubblica socialista, e il 13 agosto, centenario di Fidel Castro, hanno celebrato il dittatore cubano come «un simbolo incrollabile della lotta antimperialista», chiedendo di processare il segretario di Stato Rubio per crimini contro l’umanità. Sulla parola “fascista” il giornale mostra invece funambolica flessibilità: nel 2024, quando Kamala Harris diede del fascista a Trump, spiegò che le definizioni di fascismo non sono mai state categorizzate. Ma sul comunismo la prudenza è di vecchia data, e già negli anni Trenta il corrispondente da Mosca Walter Duranty negò l’Holodomor, la carestia con cui negli anni Trenta Stalin uccise milioni di ucraini, e si tenne pure il Pulitzer.
Noi italiani sappiamo bene, da almeno mezzo secolo, quando è il caso di aprire il Devoto-Oli. Per decenni il più grande partito comunista d’Occidente ci spiegò di essere altra cosa rispetto a Mosca mentre incassava i soldi di Mosca, e ancora teniamo la parola fascista come attrezzo per ogni stagione. Venuto a scrivere di noi, il Times si adeguò: nell’articolo con cui Jason Horowitz annunciò nel 2022 la vittoria di Meloni le parole fascismo e fascista compaiono 28 volte, e a Meloni non chiese né la tessera, né l’atto notarile né una confessione firmata.




