La fine del mondo per un prompt autogenerato, la rivolta dei robot e l’appello globale a rallentare un futuro che è già qui (tra parentesi: la domanda giusta da farsi in questi dì digitali non è tanto se sia il caso o meno di fermare l’avanzata dell’ai, ma qualora si voglia cedere all’allarmismo come farlo, perché non è mica questione di spengere un computer e basta): ma per favore, se c’è un rischio che stiamo correndo è che l’intelligenza artificiale è comunista. Detta così, d’accordo, sembra una barzelletta, e forse per un certo verso lo è, si starà anche andando verso l’apocalisse 2.0 però guai a perdere il senso dell’umorismo: tuttavia no, c’è del serio, del serissimo, tutto è politica, figuriamoci la moda del momento, il santo graal dell’epoca virtuale, l’onnipresente, onnisciente, onnipossente chatbot che sta rivoluzionando internet.
E così la faccenda diventa quasi scientifica, trattata (nientepopòdimenoche) da una rigorosissima inchiesta del Washington Post e da un autorevole studio dell’università di Copenaghen. La prima, pubblicata quest’estate, negli Stati Uniti di Donald Trump che pure è il presidente più presente sui social della storia, che mette il naso un po’ ovunque e (stra)parla di qualsiasi argomento (compreso questo). Spiega, però, il quotidiano statunitense, che per arrivare a dirlo ha fatto i compiti a casa assieme ai ricercatori di Standford e di Dartmouth (tutti assieme han preso sei software usati a livello planetario, li hanno sottoposti a una dozzina di domande obbligandoli a rispondere in trenta parole, in mondo da costringerli a schierarsi, poi han fatto loro classificare i verdetti, se erano state usate argomentazioni di sinistra, di destra o per par condicio di entrambe), che messa alle strette l’ai “ragiona” come un progressista.
Se prende posizione la prende (quasi) sempre su posizioni liberal. OpenAi (Chatgpt) risponde al test l’80% delle volte con orientamenti di sinistra, il 17% bilanciandosi e solo il 3% di destra; Anthropic (Claude) è un po’ più moderata ma pende anch’essa per la sinistra (il 43% contro lo 0% per un 57% di centro); Google (Gemini) è la più democristiana in circolazione, ma nel senso che per il 93% delle volte cerca di accontentare entrambi gli schieramenti e se proprio si lascia andare premia la sinistra (7%) e mai la destra (0%). I cinesi di DeepSeek (però loro giocano in casa) sono sbilanciati 70 a 7, ovviamente a favore dei compagni virtuali, con un non irrisorio 23% di risposte “neutre”. Ma il dato probabilmente più significativo è che X (Grok), l’ai lanciata da Elon Musk che doveva essere il refugium peccatorum planetario dell’anti-wokeismo e il baluardo occidentale contro l’avanza del politicamente corretto, rilascia responsi di destra solo al 33%, al 27% riesce a non compromettersi e anche lei, inesorabile, cede all’avanzata comunista per il 40% delle richieste.
Il quadro non lascia molti spazi ai dubbi, ma visto che la ricerca è quella cosa che non si ferma al primo risultato, vale la pena di riprendere anche lo sforzo degli accademici danesi (aprile scorso) che, se possibile, è anche più impietoso: «Nel complesso tutti i chatbot testati si collocano al centro o leggermente a sinistra, ma il nostro studio dimostra che quelli più popolari tendono a favorire determinati partiti se viene chiesto loro per chi votare», spiega l’autrice principale di questo esperimento, Stephanie Brandl. Per essere chiari, «non è che un chatbot dica apertamente vota-per-questo-partito, ma i pregiudizi si possono manifestare in modi più sottili, come nell’enfasi data ad alcuni argomenti o nella frequenza con cui vengono raccomandate alcune formazioni»: e la più lanciata d’Olanda, guarda il caso, è l’alleanza rosso-verde. Poi possiamo raccontarci che non ci riguarda (non è vero), che ne siamo immuni (neanche), ma utente avvisato e mezzo salvato.




