Un report dipinge A Gaza le donne vengono stuprate, cedute per due sacchi di farina e costrette a sposare i loro stupratori. E per l’Onu di chi è la colpa? Di Israele ovviamente.
Quella che sembra una parodia di pessimo gusto è in realtà l’ultimo rapporto dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione. Secondo i dati nel primo trimestre del 2026 i matrimoni precoci e forzati a Gaza sono aumentati del 123%. Il 68% di tutta la violenza di genere nell’enclave colpisce donne tra i 18 e i 59 anni, mentre il 25% delle famiglie è ormai guidato da una vedova o da una madre sola, il doppio rispetto a prima della guerra. Numeri freddi, ma a corredo della relazione ci sono anche le testimonianze raccolte nei campi profughi di Gaza City e Khan Younis - 230 donne intervistate -, e qui si entra in un mondo da incubo, storie da Medioevo, quello islamico si intende, che non è mai finito e che da queste parti ha un minimo comune denominatore: Hamas.
«Quando si scopre uno stupro nelle scuole, il giorno dopo trovi matrimoni e festeggiamenti nella stessa scuola», racconta una sfollata. Per evitare la vergogna, la vittima viene data in sposa al carnefice. Un’altra donna ricorda un padre che ha ceduto la figlia di 14 anni in cambio di «due sacchi di farina per sfamare gli altri figli». Altre famiglie sposano le figlie a 14 e 15 anni non per tradizione, ma perché un marito, anche imposto, dovrebbe proteggerle dagli stupratori che girano nei rifugi sovraffollati. Ci sono anche ragazze orfane perché i genitori sono stati uccisi, affidate agli zii che «volevano liberarsi della responsabilità e delle spese», racconta un’altra testimone.
E poi ci sono le vedove. L’esercito di Hamas è stato decimato, le vedove sono migliaia, affamate, senza tenda, senza aiuti. Prede facili, praticamente delle condannate ai lavori forzati dai sopravvissuti. Un’altra inchiesta pubblicata qualche mese fa dalla piattaforma araba Jusoor News fa anche nomi e cognomi.
Si parla di uomini di Hamas che adescano le mogli dei loro stessi colleghi morti: «Vieni, abbiamo un pacco di aiuti per te». Oppure: «Se vieni con me e fai questo e quello, ti do quello che vuoi». In realtà poca roba, riso, zucchero, 30 dollari, una scatola di medicinali. Un membro di Hamas ha raccontato di aver trovato la moglie di un amico ucciso in una tenda a Gharabli, trattata come una schiava sessuale da un gruppo di miliziani delle Brigate Qassam. Ha denunciato il fatto ai vertici dell’organizzazione e ovviamente gli hanno risposto di starsene zitto. Anche altri hanno denunciato sostenendo che si tratta di «un insulto all’onore e alla dignità» dell’organizzazione stessa. Ma «loro volevano solo che picchiassimo e sparassimo a chi insulta Hamas».
E l’Onu che dice? Nel suo rapporto l’UNFPA scrive che l’esplosione di violenza sessuale è dovuta a «stress causato dal vivere in rifugi inadeguati e sovraffollati e dal limitato accesso a risorse di base come cibo, acqua, igiene e vestiti». Insomma, si tratta dell’ultimo capitolo della crisi umanitaria provocata dalla guerra scatenata da Israele, è colpa di Netanyahu. Soggetto rimosso, sempre il solito: Hamas. Nessuna parola sul fatto che sono i terroristi di Hamas a rubare gli aiuti, a rivenderli, a usarli come valuta sessuale. Nessuna parola sul fatto che sono i quadri dello stesso gruppo criminale a trasformare i campi profughi in bordelli dove si paga in farina. E che i campi profughi sono lì da sempre, e Hamas non ha fatto nulla per toglierli. Nessuna parola nemmeno sul patriarcato, quello sì, islamista criminale che costringe una ragazzina violentata a sposare il suo stupratore per non disonorare la famiglia. È sempre più comodo dare la colpa a Israele che controlla parte della Striscia per evitare che Hamas si riarmi (ieri le IDF hanno annunciato l’uccisione dell’uomo che guidava la moto utilizzata per rapire Noa Argamani, una delle immagini più famose del 7 ottobre).




