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Dietro il crollo di Trump c'è il trionfo dell'islam alleato con il comunismo

El-Sayed, primo senatore musulmano, esulta in arabo. Per la socialista Kiros l’11 settembre fu "inevitabile"
di Costanza Cavalligiovedì 5 novembre 2026
Dietro il crollo di Trump c'è il trionfo dell'islam alleato con il comunismo

5' di lettura

I democratici hanno vinto come non vincevano da vent’anni. Ma non hanno vinto loro: ha vinto il Golfo Persico, la sabbia mobile che da quando gli studenti di Khomeini presero l’ambasciata di Teheran inghiotte un presidente dopo l’altro. Carter lasciò la Casa Bianca un anno esatto dopo, Reagan perse il Senato il giorno dopo che un settimanale di Beirut aveva rivelato che vendeva missili allo stesso Khomeini, e poi Bush padre e Bush figlio, Obama con le primavere arabe e Trump con la Repubblica islamica dell’Iran. Il Golfo non è soltanto petrolio, è la casa dell’islam radicale: la Teheran degli ayatollah, l’Arabia da cui venivano 15 dei 19 assassini dell’11 settembre e il loro capo, la Doha che ha dato casa ai Fratelli Musulmani, ai capi di Hamas e all’ufficio politico dei talebani, dove l’America trattò la ritirata da Kabul. Finora quella sabbia ha fatto sprofondare presidenti, martedì ha rigurgitato i vincitori, che non sono i democratici: sono i Democratic Socialists of America (DSA), i socialisti che l’8 ottobre 2023, con i terroristi ancora dentro i kibbutz, portarono in piazza a New York la solidarietà ad Hamas. L’islam politico li usa come quinta colonna, il nemico che apre la porta da dentro.

Il capofila è Abdul El-Sayed, primo senatore musulmano d’America, eletto nel Michigan. Nel celebrare la sua vittoria ha detto che finora diceva «inshallah», se Dio vuole, ma che da quel momento poteva dire «alhamdulillah», sia lode a Dio. A Vance, il vicepresidente, ha detto «JD, habibi», tesoro: «C’è una deliziosa ironia nel fatto che tu sia costituzionalmente obbligato a farmi prestare giuramento a gennaio». Ha assicurato che «i bambini palestinesi devono poter crescere nella terra dei loro antenati senza essere assassinati dai dollari delle nostre tasse». Nel novembre 2012 firmò una lettera che sosteneva le «decisioni rivoluzionarie» di Morsi, il presidente dei Fratelli Musulmani, e gli chiedeva di «epurare i media e la polizia».

«YES, WE CAN»
Alla morte di Khamenei non ha voluto dire nulla perché «ci sono molte persone a Dearborn che sono tristi»: Dearborn è il sobborgo di Detroit dove vive la più grande comunità araba statunitense. Fin lì arriva il “noi” di El-Sayed e lì si ferma: a ripensare allo «Yes, we can» di Obama, che conteneva l’America intera, vengono le vertigini. Dietro di lui, alla Camera, arriva la truppa. Alla Camera i deputati sostenuti dai DSA erano due, Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, e dal 3 gennaio saranno sette. Tra gli altri, Melat Kiros, nata ad Addis Abeba, ha sconfitto a Denver una deputata in carica da 30 anni, e ha detto che l’11 settembre era «inevitabile nel senso che abbiamo destabilizzato gran parte del Medio Oriente»: è la tesi di Bin Laden, con la differenza che lui la diceva da una grotta e lei la ripeterà dal Congresso. Darializa Avila Chevalier, New York, era in piazza per Hamas il giorno dopo il pogrom del 7 ottobre, e martedì ha scritto che togliere gli aiuti a Israele non basta, serve il «diritto al ritorno» dei palestinesi, cioè la fine dello Stato ebraico. Adam Hamawy, chirurgo plastico del New Jersey specializzato in lifting dei glutei, ha testimoniato a favore di Omar Abdel-Rahman, lo sceicco cieco condannato come mente dell’attentato al World Trade Center del 1993. Donavan McKinney, Michigan, vuole rifinanziare l’Unrwa, l’agenzia Onu che ha licenziato dipendenti coinvolti nel 7 ottobre.
Aber Kawas, andrà al Senato dello Stato di New York con il velo, trova «riprovevole» doversi scusare per «un attacco terroristico compiuto da un paio di persone»: l’attacco è l’11 settembre.
L’attivista Hasan Piker, che parla in rete a milioni di follower, ha fatto campagna con El-Sayed, loda Hamas e Mao e martedì sera ha dato l’ordine: «Spostarsi immediatamente a sinistra una volta terminate le elezioni».

DOLCI NELLA STRISCIA La quinta colonna non è un problema solo americano. Per Israele significa un gruppo di senatori che vuole togliergli anche lo scudo antimissile; per i Paesi arabi che hanno messo fuori legge i Fratelli Musulmani – l’Egitto, i sauditi, gli Emirati – significa ritrovare a Washington gli amici dei loro nemici; per l’Europa significa riconoscere il decorso della propria malattia. Vent’anni fa, i francesi concepirono un termine, islamo-gauchisme, per descrivere l’alleanza fra estrema sinistra e islam politico. Ieri è stato un uomo di Hamas a illustrare la portata di questo fenomeno: a Khan Younis, l’ex sindaco Fayez Abu Shamala ha festeggiato El-Sayed distribuendo cioccolatini perché le elezioni americane, ha detto, contano per i palestinesi più delle loro. Sappiamo, però, che i democratici non sono tutti così e i candidati di martedì lo dimostrano. Jon Ossoff, il belloccio anti-corruzione, ha rivinto in Georgia. Adam Hamilton, pastore metodista iscritto ai repubblicani fino a gennaio, ha preso il Kansas; James Talarico, seminarista, il Texas; Gina Hinojosa ha cacciato il governatore Greg Abbott con lo spot: «Le mie caratteristiche sono mamma, texana e, tra poco, governatrice». Hanno fatto campagna sull’aborto, sulla sanità, sulle case a prezzi accessibili, sull’ICE e da Gaza sono stati lontani. Hanno vinto soprattutto perché l’avversario si chiamava Donald Trump: 4 elettori su 10 hanno votato per dirgli di no, meno di 2 su 10 per dire sì a qualcuno, e il Partito democratico, secondo Gallup, piace al 43% degli americani. A loro toccherà, dopo undici anni passati a combattere il tycoon, trovare una sintesi.

«LA GUERRA CIVILE»
James Carville, lo storico stratega di Clinton, ha già fissato la data della guerra civile democratica: «Inizia mercoledì (ieri, ndr)». E Cheri Bustos, ex capo della campagna democratica per la Camera, spera che Hakeem Jeffries, il prossimo speaker, abbia una maggioranza così larga che «non dovrà preoccuparsi degli estremisti ideologici». Ma Gaza è la causa che ha unito i più radicali: il prossimo Congresso, nei loro piani, dovrà isolare lo Stato ebraico e ripulire il partito dal sionismo. Chi dubita guardi a Haley Stevens, la deputata democratica battuta da El-Sayed alle primarie, che ha annunciato di votare il suo avversario repubblicano: l’hanno coperta di insulti e al seggio è dovuta andare con la scorta armata. Nel 2024 Rashida Tlaib, la deputata del Michigan sostenuta dai DSA, rifiutò di appoggiare Kamala Harris, in un’elezione ben più importante, e quasi nessuno fiatò. Al seggio ci andò senza scorta.