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L'Europa ko per Angela e Nicolas

Francia e Germania danno lezioni agli altri, ma anche loro hanno taroccato i conti e ora sudano freddo per l'esposizione delle banche

Lucia Esposito
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Al vertice europeo non manca un convincente decreto che favorisca lo sviluppo italiano, manca una convincente politica dell'Unione che sappia affrontare le cause e non solo i sintomi della crisi che colpisce i debiti sovrani. I malati d'Europa non siamo noi, ma l'euro e il sistema bancario. Noi abbiamo i nostri problemi, che sono sempre gli stessi e che si concentrano in un debito pubblico e in una pressione fiscale troppo alti, così come abbiamo la responsabilità di non essere stati capaci di rimediare, anche eliminando gli ostacoli corporativi che rallentano e rendono asfittico lo sviluppo. Ma pensare, o far credere, che il problema europeo sia lo sviluppo italiano è prima ancora che una mistificazione una patetica bugia.La Grecia è in default da mesi, impossibilitata a svalutare perché legata all'euro. Acciocché il suo debito sia gestibile è necessario che i creditori riducano le loro pretese: prima si era pensato ad una riduzione del 20%, ora si discute apertamente del 50 o 60%. Fate attenzione a queste cifre: le banche francesi sono esposte con titoli del debito pubblico greco per 10 miliardi e 639 milioni, quelle tedesche per 5 miliardi e 251. Le nostre per 823 milioni. Se si passano in rassegna i titoli degli altri Paesi a rischio la situazione è simile, con l'aggiunta che in Spagna corrono più rischi i tedeschi dei francesi. Le nostre banche sono esposte moltissimo solo con il debito italiano, e ciò significa che siamo in buona parte debitori di noi stessi. Le banche che hanno investito in tali titoli non lo hanno fatto per beneficenza o magnanimità, ma perché era una rendita sicura e un buon guadagno che, in questi anni, ha comportato un trasferimento di ricchezza dai Paesi europei che pagavano più alti tassi d'interesse (noi fra questi) alle banche francesi e tedesche.  L'abbaglio dell'asse Merkel-Sarkozy è consistito nella pretesa di salvare le proprie banche senza rimediare al problema, consistente nell'impossibilità di tenere sotto una moneta comune debiti diversi finanziati a tassi diversi e divaricazione crescente. Dopo di che si può pure prendere a schiaffi il governo italiano, ma non si cambierà d'un capello il problema. Usare l'Efsf, il fondo di stabilità europeo, finanziato da noi stessi, per tamponare la crescita degli spread serve solo a proteggere le banche più esposte dal pericolo d'insolvenza, limitandosi a spostarlo in avanti nel tempo. Questo è il problema di oggi, ed è su questo che il fallimento del vertice si annuncia pericoloso. A ciò si aggiunga che i governi europei godono di cattiva salute politica, nel senso che la crisi ha eroso ovunque le basi del consenso. Ma il governo messo peggio, da questo punto di vista, è quello tedesco. Per quel che riguarda l'Italia si dice che noi si sia persa credibilità, il che è vero, specie dopo l'agosto forsennato del decreto cangiante. Ma qual è il rimedio? La lettura del Corriere della Sera è istruttiva: da una parte si martellano i lettori descrivendo il governo come inetto e inerte, dall'altro, però, proprio dalle colonne di via Solferino s'è messa in evidenza la radicale differenza delle ricette tecniche, simbolicamente concentrata sulla questione della patrimoniale: Monti (come professore, ma anche come vessillifero del governo tecnico che punta ai conti) l'ha messa fra gli strumenti da usarsi, mentre Alesina e Giavazzi (intesi come professori, ma anche come simboli di un governo tecnico che punta allo sviluppo) l'hanno esclusa e considerata un errore potenzialmente mortale. E allora? Allora non ci sono scorciatoie, né il tafazzismo aiuta. debito federale Ciò detto, e ribadito che tocca all'insieme dei governi europei trovare nella gravità della situazione il coraggio di scelte strutturali, che punntino alla federalizzazione del debito, il nostro governo è colpevole di non riuscire a trovare la lucidità di passare dalle parole ai fatti. Le ricette sono quelle della lettera inviataci dalla Bce (che qui predichiamo da anni), consistono in privatizzazioni, liberalizzazioni ed elasticizzazione del mercato interno, compreso quello del lavoro, tagli alla spesa pubblica corrente e rimodulazione della pressione fiscale. Abbiamo una maggioranza incapace di procedere e un'opposizione che s'illude di potere imbrogliare la realtà con le parole, puntando ancora sulle protezioni e incitando all'ancor più gravosa tassazione dei “ricchi”. Oscilliamo fra l'ossequio scolastico al mercato e il peloso corteggiamento di cortei indignati, le cui richieste sono fuori dal mondo e radicalmente impraticabili. Il rischio, in Italia e non solo, è che la fuga della e dalla politica illuda qualcuno che si possa tornare indietro dalla globalizzazione o innestare un pilota automatico tecnico. Due sesquipedali corbellerie. www.davidegiacalone.it di Davide Giacalone

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