Anche i più qualificati osservatori non possono prevedere tutte le dinamiche dell’attacco israeliano-americano all’Iran. Tutte le persone più responsabili sono consapevoli che l’intervento militare era inevitabile: non puoi massacrare decine di migliaia di studenti e ragazze, mentre insieme dichiari di poter costruire una bomba atomica in pochi giorni, finanzi sette di assassini in Medio Oriente e nel mondo, e ti doti di missili balistici a portata sempre più ampia, senza che le potenziali vittime internazionali non prendano un’iniziativa contro un regime così criminale e pericoloso.
Però anche le stesse condizioni politiche americane nonché un quadro internazionale segnato innanzi tutto dalla crisi ucraina, rendono più complicata una soluzione militarmente chirurgica in grado di chiudere rapidamente la partita come per esempio è avvenuto in Venezuela o, alla fine, nella stessa Siria.
Il problema iraniano consiste nel fatto che ci si trova di fronte a un regime galvanizzato ideologicamente come la Germania nazista, con una (oggi) minoritaria ma non trascurabile base sociale e con élite religiosamente fanatizzate.
Mentre cresce una largamente comprensibile inquietudine, ci si chiede che cosa si possa fare. Un fattore che può essere sfruttato è quello dell’isolamento di Teheran, avvertibile non solo negli orientamenti del più vasto mondo islamico ma anche nelle cautele di Moasca e Pechino.
Forse, in questo senso, il governo italiano potrebbe chiedere all’Unione europea di prendere un’iniziativa, naturalmente non contrapposta agli Stati Uniti, ma autonoma, verso Pechino perché insieme europei e cinesi garantissero una libera circolazione delle navi nello stretto di Hormuz.
L’altro fattore straordinario in questi giorni è, come si scriveva, l’ampio arco di nazioni musulmane, innanzi tutto sunnite, che sostengo l’intervento americano-israeliano.
Anche in questo caso sarebbe opportuno non limitarsi ad assistere agli eventi ma lavorare per trasformare una situazione positiva in un esito risolutivo.
In questo senso non sarebbe possibile lavorare a un accordo tra l’Unione europea e la Lega araba per, anche d’intesa con il Board of peace, per finanziare e attrezzare una forza di pace euroaraba che smilitarizzasse e defanitizzasse il Libano del Sud, Gaza e la Cisgiordania? Si preparerebbero così nel medio termine anche le basi per uno Stato palestinese, e, interloquendo con le forti correnti sciite quietiste e contrarie all’apocalittico khomeinismo, presenti innanzi tutto in Irak ma anche in Libano e Siria, si costruirebbe così un completo e articolato orizzonte di pace.
Quella certa inquietudine di cui si scriveva e che oggi domina sia lettori specializzarti di cose internazionali sia la sacrosanta gente comune che si informa rapidamente con qualche telegiornale, ha bisogno di vedere che sono possibili iniziative urgenti e concrete per non cedere al male ma anche per evitare il peggio.




