Violenze, torture, omicidi. La prima Corte d'Assise di Milano ha condannato all'ergastolo e all'isolamento diurno di tre anni Osman Matammud, il somalo "aguzzino" di un campo profughi in Libia. Matammud, che ha sempre sostenuto di essere stato vittima di una "guerra tra clan", è apparso impassibile al momento della lettura della sentenza. "Non capisce niente del nostro ordinamento - ha spiegato il suo legale Gianni Rossi -. Non ha commesso nessun reato, ha le stesse ferite delle sue presunte vittime, ma i giudici ci hanno negato una perizia per accertarlo. Il lato positivo della sentenza è che è caduta l'accusa di omicidio volontario, leggeremo le motivazioni tra 60 giorni e faremo l'appello". La Corte d'Assise di Milano ha stabilito che il giovane somalo venga espulso una volta espiata la condanna. Secondo le indagini, coordinate dal pm Marcello Tatangelo, il giovane somalo sarebbe stato uno dei capi di Bani Walid, un campo vicino a Tripoli, dove avrebbe commesso violenze sessuali, omicidi e torture ai danni di decine di persone sequestrate finché non ricevevano dalle famiglie i soldi per il viaggio verso l'Europa. Il pm lo aveva definito nella requisitoria "un sadico, uno che si diverte a torturare e a uccidere. Ha solo 22 anni - aveva detto nella requisitoria - e si è sentito onnipotente ad avere nelle sue mani la vita di centinaia di persone". Matammud era stato fermato dalla Polizia Locale il 26 settembre 2016 dopo essere stato riconosciuto dalle sue presunte vittime, i profughi "ospiti" della struttura di accoglienza in via Sammartini, vicino alla Stazione Centrale. Era stato fermato per evitare che i connazionali, dopo averlo riconosciuto, lo aggredissero per vendicarsi delle violenze subite nel campo. Diciassette giovani uomini e donne avevano poi raccontato agli inquirenti nel corso di un incidente probatorio che nel campo c'era una "stanza delle torture" dove gli uomini venivano portati a lavorare e picchiati con le spranghe e le donne violentate.
