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Strage di Parigi, le foto dei prigionieri rifugiati nella cella frigorifera del negozio ebraico: anche un bimbo di 11 mesi

di Andrea Tempestinidomenica 18 gennaio 2015
2' di lettura

Tra le storie della Parigi sconvolta dai tre giorni dell'orrore di terrorismo islamico, c'è quella delle persone che, nel negozio kosher assaltato da Amedy Coulibaly, si sono salvate all'interno della cella frigorifera del supermarket, spenta appena prima di rifugiarsi al gelo. Sei persone hanno passato cinque interminabili ore all'interno della cella, senza poter fuggire e al gelo, barricati all'interno. Tra i prigionieri c'era anche Sarah Bitton, una madre belga di 25 anni, che aveva con sé il figlioletto di 11 mesi. Durante il blitz di Coulibaly soltanto la polizia sapevano che le sei persone si trovavano all'interno della cella. Ora, spiegano, ci sono stati dei momenti durante quel lungo e irreale silenzio a cui erano costretti in cui avevano pensato di non farcela. E ora, a distanza di tre giorni dall'assalto, sono state diffuse da Paris Match le fotografie che i prigionieri nella cella frigorifera hanno scattato con i loro cellulari: bardati nelle giacche e nelle sciarpe, i volti terrorizzati, ciò che più commuove e impressiona è vedere il neonato di 11 mesi costretto al freddo della cella frigorifera, nel timore di un suo pianto, di un gemito che potesse attirare la furia terrorista di Coulibaly. La testimonianza - La madre, Sarah, racconta: "Siamo finiti nella cella per caso, sono fuggita con mio figlio nel retro del negozio, abbiamo visto una porta che si apriva e ci siamo rifugiati lì. Fortunatamente qualcuno è riuscito a spegnere il motore di raffreddamento, perché faceva già molto freddo". Cinque ore di terrore, per una madre che, spiega, era preoccupata più per il suo piccolo che per se stessa. "Avevamo paura che il terrorista ci trovasse, ma soprattutto è stato molto difficile fare in modo che un bambino di 11 mesi restasse calmo in una situazione del genere", sottolinea. Anche perché "Coulibaly ha chiesto a chiunque fosse stato nascosto di uscire allo scoperto minacciando che altrimenti sarebbe stato ucciso. Noi, però, abbiamo deciso che era più sicuro restare nascosti". La polizia, nel frattempo, tramite sms teneva informati i prigionieri su quanto stava avvenendo all'esterno. Dopo cinque ore di attesa il blitz, il rumore, le grida, le bombe stordenti, gli spari, il terrore più acuto. E poi quella porta che si apre. La liberazione. "Un miracolo - conclude Sarah nel suo racconto - un sollievo enorme".

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