Napoli, 14 gen. - (Adnkronos) - "Illustrissimo Signor Presidente faccio appello a lei perché oramai sono allo stremo delle forze, sia fisiche che mentali e che, se potessi, sceglierei la pena di morte: intramuscolo/endovena, oppure essere inviato in qualche clinica svizzera ad effettuare l'eutanasia. Egregio Signor Presidente: mi indichi lei quale di queste due strade debbo intraprendere. Nell'attesa di un benevolo accoglimento, le porgo i miei più doverosi ossequi". E' quanto si legge nel passaggio conclusivo della lettera indirizzata da Vincenzo Di Sarno, detenuto malato di tumore recluso nel carcere di Poggioreale, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nella missiva, scritta il 28 ottobre 2013, Di Sarno paragona la sua situazione a "un inferno" e spiega che "sopravvivere così come fossimo 'bestie' (loro godono di più attenzioni) in una struttura piena zeppa di barriere architettoniche e, durante la giornata, a causa di forti dolori retro-nucali devo obbligatoriamente indossare un fastidioso collare cervicale rigido, anche per mancanza di cure adeguate alla grave patologia da me indicatole". "Adesso le chiedo: può un essere vivente campare in questo modo?! - prosegue - Dato che la malattia è neurodegenerativa e che nel giro di un anno o poco più ho perso circa 60 chili, perché tanta malvagità e disprezzo verso di me? E questo tipo di popolazione sempre più numerosa?! Ma anche da parte del carcere di Poggioreale nei confronti di una persona con estrema fragilità psicologica, ma anche perché per loro, oggi come ieri e domani, è sempre uguale! Bah, comunque so solo che la testa mi scoppia, la depressione è all'ordine del giorno e che neppure più gli occhi per piangere mi sono rimasti, in questo orribile e dolente carcere".




