(Adnkronos/Cinematografo.it) - Sulla ricetta del suo cinema, Miike osserva come "cerco di imparare dal passato della settima arte, ma per avvicinarmi di più al sentimento degli spettatori contemporanei. Mi sento lontano dal sentire comune dei registi giapponesi, io amo la storia della yakuza, perché ciò che un politico realizza in 10 anni uno yakuza lo fa in un giorno. Hanno un modo di vivere concentrato rispetto alle esistenze comuni, ma gioia, dolore e preoccupazioni sono quelle delle persone ordinarie. C'è chi eticamente è contrario agli yakuza, io nella vita mi limito a tenere a distanza il loro mondo". Nel film, Reiji è l'artefice di una sorta di santa alleanza tra yakuza e polizia per sgominare il traffico di stupefacenti (Mdma) imbastito da uno yakuza che non rispetta il proibizionismo dell'organizzazione sulla droga: "Questa connessione va ascritta alla mia personale opinione, ma in passato gli yakuza non dovevano fare nulla di illegale, oggi per sopravvivere fanno anche cose illegali, ma una volta erano un gruppo di autodifesa, aiutavano i deboli combattendo i forti. Ecco, la mia speranza è che ci siano persone tra gli yakuza che facciano ancora questo: fantasia, forse, ma spero questa forza degli yakuza possa ancora essere d'aiuto alla società". Infine, sulla possibilità di un sequel a 'The Mole Song': "Se gli spettatori gradiranno, lo farò subito, è il mio desiderio".




