(Adnkronos/Cinematografo.it) - "Abbiamo inventato la vita di Arturo, ispirata alla mia e a quella di Michele (Astori, uno dei tre sceneggiatori con Pif e Marco Martani, ndr) - dice Diliberto - e l'abbiamo incastrata con fatti realmente accaduti. Ho passato ore e ore alle teche RAI: è stata un'esperienza emozionante. E' incredibile quello che si può trovare lì". Nel film rivediamo la triste sequela dei funerali di Stato, da quello di Dalla Chiesa a quello di Borsellino, i corpi senza vita di Boris Giuliano e di Salvo Lima, la Fiat 127 sbriciolata dal tritolo che pose fine alla vita di Rocco Chinnici, l'elezione di Vito Ciancimino, le dichiarazioni dei politici di allora, la rabbia dei cittadini palermitani dopo l'ennesima strage annunciata, il filo della memoria che si snoda doloroso davanti ai nostri occhi e si mescola alla leggerezza dei tormenti di Arturo, al delicato romanzo di formazione, all'ironia di un tormentato apprendistato amoroso. "Se questa storia sorprende me, che allora c'ero - chiosa Pif - sorprenderà a maggior ragione chi allora non c'era o era troppo piccolo. Per attirare un pubblico giovane ho pensato di spacciarlo per un film di Natale, ma senza peti". L'equilibrio tra commedia e tragedia è uno dei punti di forza dell'operazione: ma si può ridere delle stragi di mafia? "Quando faccio le cose, non penso se sia giusto oppure no, le faccio e basta. Finché il mio modo di raccontare piace, non mi pongo il problema", taglia corto l'autore. Di quegli anni Pif si è fatto un'idea abbastanza precisa: "Riascoltando le dichiarazioni di Andreotti, capisci che non c'era bisogno d'indagini per capire come stavano le cose. Perché la gente non si ribellava? La maggior parte dei siciliani non era collusa, ma negava la pericolosità della mafia. Vivevamo in una bolla. Poi nel '92 ci siamo svegliati". (segue)



