I professori hanno voltato le spalle al professore. Non passa giorno, infatti, che qualche docente non salga in cattedra e dalle colonne di un giornale non impartisca una lezione a Mario Monti. I primi sono stati Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sulla prima pagina del Corriere della Sera, poi è stata la volta di Alberto Bisin, Alessandro De Nicola e Tito Boeri su Repubblica: cinque bocconiani contro il bocconiano dell’anno. Ma le bordate non arrivano solo dalla scuola di formazione dei manager: un’altra bacchettata è pervenuta tramite Messaggero da Luigi Paganetto, dell’Università di Tor Vergata, mentre l’ultima in ordine di tempo è di Luca Ricolfi, sociologo dell’ateneo torinese e grande esperto di numeri della Stampa. Cosa dicono in sostanza i professori al magnifico ex rettore? Semplice: che così non va. Che le tasse sono troppe e la crescita inesistente. Il più esplicito è stato Ricolfi, al quale, commentando ieri il documento di programmazione economico-finanziaria presentato dal governo, non è scappato di dire che è tutta fuffa, ma poco ci è mancato. Il collega del presidente del Consiglio, chiosandone il discorso, ha scritto che a colpire è stata la completa mancanza di concretezza. Astrazioni, impegni futuri, auspici: di palpabile, niente. «Un linguaggio», ha commentato l’editorialista subalpino «che meriterebbe di essere studiato, tanto è pieno di condivisibili intenzioni e meravigliosi obiettivi, mai accompagnati dalla indicazione dei mezzi che permetteranno di raggiungerli». Docenti ed editorialisti non testimoniano solo la crescente irritazione per una certa vaghezza del premier quando si tratta di dire qualcosa di preciso sulla crescita, ma mostrano anche che in poche settimane il vento è cambiato. Il governo non naviga più con la brezza in poppa, coccolato e adulato dai quotidiani, ma, mentre procede in mare aperto, c’è chi comincia a interrogarsi se la navigazione non rischi di finire con un naufragio. L’aria che tira non è affatto rassicurante sul futuro dell’esecutivo e, a dispetto dei programmi che il presidente del Consiglio manifesta proiettando il suo lavoro fino al 2020, a Roma la domanda più in voga riguarda la durata del governo. Quando si vota? Ecco l’interrogativo che si fanno in tanti. Ai piani alti dei palazzi romani molti sono infatti pronti a scommettere che il professore non riuscirà ad arrivare agli esami di fine legislatura e che la sua corsa si fermerà subito dopo l’estate. Del resto, che ci sia chi ha messo in conto il licenziamento senza reintegro dei tecnici è cosa evidente. Primi fra tutti gli esponenti del Partito democratico, i quali sono convinti di non poter sopportare a lungo il malcontento della propria base. Tra questi c’era chi aveva già progettato uno strappo sull’articolo 18 e aspettava che il professore tenesse duro sulla riforma per potergli poi dare il benservito. In realtà, il bocconiano si è rivelato più furbo di una volpe e, fiutata la trappola, ha mollato la preda, abbandonando la povera Fornero e il suo lavoro nelle mani dei partiti e dei sindacati. Salvata la pelle, il passo d’addio appare però solo rinviato. A far precipitare le cose, poi, ci si è messo pure Pier Ferdinando Casini il quale, capita la situazione e considerato l’approssimarsi delle elezioni, ha deciso di mettere in liquidazione l’Udc per lanciare il suo «partito della Nazione» o come diavolo si chiamerà. Una scialuppa di salvataggio neocentrista che non punta a imbarcare Gianfranco Fini nel ruolo di capitano, ma piuttosto a recuperare i naufraghi del governo tecnico. Porte aperte a Monti e ai suoi, ha detto il padre fondatore della Tecnocrazia cristiana, partito che coniuga la furbizia degli eredi della Balena bianca con l’inesperienza politica dei professori. La mossa ha rischiato di scoprire i giochi, agitando le acque soprattutto in casa berlusconiana, dove il Cavaliere guarda sempre con sospetto ciò che fa Pierfurby, perché teme scissioni interne o, peggio, il lancio di un’Opa ostile sul Pdl come fanno i raider in Borsa. Mentre l’attenzione è concentrata sul futuro della composita maggioranza di destra, sinistra e centro che sostiene il governo, nessuno sembra preoccuparsi dell’esigenza di mettere mano alla spesa pubblica, il vero grande tema di questo Paese. Si parla di tasse, ma non di tagli: forse perché tagliare costa fatica. Nel generale disinteresse, dobbiamo però segnalare un’eccezione. Ieri, dopo avervi raccontato dell’incredibile storia della squadra di calcio del ministero della Giustizia, composta da giocatori professionisti o quasi inquadrati come secondini nell’organico dell’amministrazione penitenziaria, avevamo sollecitato l’intervento del ministro. Il quale si è fatto vivo con una telefonata. Paola Severino, dopo aver sottolineato l’estrema puntualità del nostro servizio, ha assicurato che «azzererà» i costi dell’Astrea calcio a carico dei contribuenti. Se gli agenti vogliono giocare a pallone, dovranno farlo non in orario di lavoro. Un po’ di speranza di riuscire a tagliare gli sprechi, dunque, ci resta.



