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Londra vieta i social ai minori: analisi e considerazioni

Una rivoluzione che riapre il dibattito sul disagio giovanile. Intervista a Chiara Pochetti, ad di G.I.O.I.A: «Non si tratta di togliere libertà ai giovani, ma di restituire loro tempo, relazioni autentiche e spazi di crescita sani»
di DANIELA MASTROMATTEImercoledì 17 giugno 2026
Londra vieta i social ai minori: analisi e considerazioni

4' di lettura

Alle otto e mezza di sera, in Gran Bretagna, potrebbe presto accadere qualcosa che fino a ieri sembrava impensabile. Lo schermo si spegne. TikTok sparisce. Instagram chiude.  Facebook saluta. E milioni di adolescenti britannici si ritrovano improvvisamente soli. Con i propri pensieri. Con i propri genitori. Magari persino con un libro. Una scena che per molti ragazzi di oggi assomiglia più alla fantascienza che alla vita reale. Eppure è esattamente ciò che il premier Keir Starmer sta preparando: divieto di social media sotto i 16 anni e “coprifuoco digitale” serale per gli under 18. Una misura drastica che nasce da una convinzione ancora più drastica: i social stanno rendendo infelici i giovani. Fa impressione che ad arrivare a questa conclusione sia proprio uno dei Paesi che più hanno cavalcato l’innovazione tecnologica. Come se il medico, dopo anni di prescrizioni, decidesse finalmente di leggere gli effetti collaterali del farmaco. Per anni ci siamo raccontati che bastava educare. Che il problema non era lo smartphone ma l’uso che se ne faceva. Che i social erano strumenti neutrali.  Poi sono arrivati i numeri. Ansia. Isolamento. Ritiro sociale. Bullismo digitale. Fragilità emotive sempre più diffuse.  E la domanda ha iniziato a bussare con insistenza: siamo sicuri che tutto questo sia normale?

“Accogliamo con grande favore la scelta del Governo britannico di vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni e di introdurre ulteriori misure di tutela, tra cui il cosiddetto coprifuoco digitale per gli adolescenti. Si tratta di una decisione coraggiosa, che mette al centro la salute mentale e il benessere delle nuove generazioni”, spiega Chiara Pochetti, cofondatrice e amministratore delegato di G.I.O.I.A. ETS.

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Non è una presa di posizione ideologica. È il punto di vista di chi lavora ogni giorno sul campo, a contatto con bambini, adolescenti e famiglie che chiedono aiuto sempre più spesso.

“Come G.I.O.I.A. ETS, associazione impegnata quotidianamente nella prevenzione del disagio giovanile, del bullismo e del cyberbullismo, riteniamo che anche l’Italia debba aprire rapidamente una riflessione seria su questo tema, in linea con quanto stanno facendo sempre più Paesi nel mondo e in Europa”.

La sua osservazione arriva da chi vede da vicino un fenomeno che non può più essere liquidato come una semplice preoccupazione generazionale. Nelle scuole. Nei colloqui con i genitori. Nei percorsi di sostegno ai ragazzi. In quelle situazioni dove spesso non emerge una vera patologia, ma una fragilità crescente che rischia di trasformarsi in disagio profondo. 

“Non siamo contrari alla tecnologia, ma crediamo che i ragazzi abbiano diritto a crescere in un ambiente digitale più sicuro. Oggi assistiamo a un aumento preoccupante di ansia, depressione, disturbi del sonno, isolamento sociale e dipendenza da smartphone e social network. Ignorare questi segnali sarebbe irresponsabile”.

Ed è qui che la scelta britannica diventa interessante. Perché il vero tema non è il divieto.  Il vero tema è l’ammissione. Per la prima volta un grande Paese occidentale dice apertamente che il modello costruito sull’attenzione infinita degli adolescenti potrebbe avere un costo sociale enorme. Una confessione che mette in imbarazzo molti governi europei. Compreso il nostro. Perché mentre Londra parla di coprifuoco digitale, in Italia continuiamo a dividerci tra chi denuncia il problema e chi teme perfino di nominarlo per non sembrare retrogrado.

“Per questo siamo favorevoli a vietare l’utilizzo dei social ai minori di 16 anni e sosteniamo con convinzione anche l’introduzione di un coprifuoco digitale nelle ore serali per gli under 18. Non si tratta di togliere libertà ai giovani, ma di restituire loro tempo, relazioni autentiche e spazi di crescita sani”.

Una posizione netta, che parte da una convinzione semplice: l’educazione digitale non può essere lasciata esclusivamente agli algoritmi.

Del resto, la missione di G.I.O.I.A. è proprio quella di intercettare il disagio prima che diventi emergenza, costruendo percorsi che coinvolgano famiglie, scuola, professionisti e territorio. È la filosofia che anima anche il progetto “I Valorosi”, un percorso educativo che utilizza lo sport come strumento di crescita personale, rafforzando autostima, disciplina, rispetto, inclusione e gestione delle emozioni. In fondo la questione è tutta qui. Per anni abbiamo pensato che la tecnologia avrebbe educato i nostri figli.  Oggi stiamo scoprendo che forse sono i nostri figli a dover essere protetti dalla tecnologia. E forse la frase che meglio sintetizza il dibattito aperto da Londra è proprio quella pronunciata da Chiara Pochetti: “Così come la società ha deciso di proteggere i minori da alcol, fumo e gioco d’azzardo, è arrivato il momento di riconoscere che anche l’ambiente digitale necessita di regole adeguate. La tutela dei ragazzi deve venire prima degli interessi economici delle grandi piattaforme”.

Perché se perfino la Gran Bretagna, patria dell’innovazione e del libero mercato, arriva a mettere il coprifuoco agli smartphone, forse la domanda non è più se esista un problema. La domanda è quanto tempo ci metteremo noi ad ammetterlo.