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Tap, 7 anni alla sbarra ma erano innocenti: vite rovinate dalle toghe e dalla follia ecologista

di Pietro Senaldisabato 10 gennaio 2026
Tap, 7 anni alla sbarra ma erano innocenti: vite rovinate dalle toghe e dalla follia ecologista

3' di lettura

E facciamoli i nomi: Michele Elia, Gabriele Lanza, Luigi Romano, Adriano Dreussi, Piero Straccini, Luca Gentili, Yuri Picco, Aniello Fortunato. Sono alcuni dei diciotto imputati, tutti assolti, nel processo che la Procura di Lecce ha intentato in seguito alla realizzazione del Tap, il gasdotto che ci porta il gas naturale dall’Azerbaijan, approdando a San Foca, la spiaggia nei pressi della marina di Melendugno, nel Salento. Questi uomini hanno contribuito a realizzare un’opera fondamentale per l’Italia e sono stati ripagati con sette anni alla sbarra, accusati con sette capi di imputazione, tra i quali violazioni di norme edilizie e paesaggistiche, danni ambientali, inquinamento e deturpamento. Non sono martiri della malagiustizia, perché la giustizia alla fine ha funzionato. Sono martiri di un’allucinazione giudiziaria che si è trasformata in persecuzione, visto che la sentenza li ha mandati assolti perché “il fatto non sussiste”, formula che ricorda l’odissea tribunalizia passata da Matteo Salvini, che si è ritrovato imputato di sequestro di persona per aver provato a opporsi all’immigrazione illegale.

Il loro calvario è stato originato dall’ignoranza popolare, dall’invidia sociale, dall’avversione per il progresso, dal delirio ambientalista e dalla strumentalizzazione politica di questi impulsi, che sono una sintesi del peggio degli esseri umani. Si tratta di diciotto persone perbene, che hanno fatto il loro lavoro rispettando le regole e contro le quali si è scagliata la rabbia cieca del movimento No Tap, alimentata e sfruttata dal becerume grillino. Per realizzare l’opera costoro sono stati costretti a spostare degli ulivi secolari, alcuni dei quali sono morti dopo essere stati reimpiantati. La circostanza ha dato avvio al processo, che ha assecondato credenze tribali e villanie politiche. Sugli imputati si sono avventati anche alcuni Comuni, vicini alla spiaggia di San Foca, ma le loro esose richieste di risarcimento sono vanificate dalla sentenza di assoluzione.

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Il verdetto ha stabilito che le piante sono morte per la xylella, che ha ucciso in Puglia ventun milioni di ulivi. I giudici hanno specificato che i pm non sono riusciti a dimostrare danni ambientali penalmente rilevanti, che non c’è alcuna prova di un nesso tra quanto fatto per realizzare il gasdotto e la morte delle piante e che tutto è stato compiuto a norma di legge, dopo un iter autorizzativo complesso e documentato. Tutto bene quel che finisce bene? Non ci sentiamo di dirlo, pur augurandoci che la procura non presenti appello contro un fatto che non sussiste, sottoponendo questo drappello di innocenti a un supplemento di pena. A poche decine di chilometri dalla Tap c’è l’Ilva di Taranto, un tempo la più grande acciaieria d’Europa e oggi poco più di uno scheletro in vendita, nonché il dossier industriale più complicato da risolvere per il governo. A ucciderla è stato un processo per danni ambientali che, dopo cinque anni, si è concluso con condanne ventennali per i proprietari dello stabilimento, costretti ad abbandonare l’attività prima che una seconda sentenza annullasse tutto, facendo ripartire il processo, che ancora non si è concluso. Chi volete che rilevi l’impianto, con questa storia giudiziaria che pende come una spada di Damocle ammonitrice su ogni futuro compratore? Anche coloro che hanno processato i diciotto della Tap e la famiglia Riva per l’Ilva hanno dei nomi, ma non ci sentiamo di farli. Perché? Ognuno si dia una risposta.

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