Il fronte del NO al referendum sulla separazione delle carriere si presenta come difensore della Costituzione e dell'indipendenza della magistratura. In realtà, dietro questa narrazione si nasconde una trasformazione più profonda: l'abbandono del garantismo da parte di una larga area della sinistra italiana. Per decenni la sinistra aveva concepito la funzione giudiziaria come uno strumento di contenimento e razionalizzazione del potere punitivo. I principi quali la presunzione di innocenza, la distinzione dei ruoli, il rigoroso rispetto delle garanzie processuali, la centralità del giudice rispetto all'accusa non erano concessioni agli imputati, ma presidi per evitare che il diritto penale si trasformasse in un abuso verso l'imputato, o peggio in uno strumento politico utilizzato per fini diversi dall'amministrazione della giustizia. Era una sinistra che temeva l'arbitrio, non che lo giustificava; che guardava al processo come luogo di equilibrio, non di punizione simbolica.
Quel patrimonio culturale è stato progressivamente eroso fino a svanire. La frattura si consuma negli anni 90 del secolo scorso, quando la magistratura indagante viene investita di una funzione di supplenza morale e politica. Da quel momento il processo penale diventa strumento di rigenerazione etica del sistema sociale. L'accusa è il luogo simbolico della verità, osannata come custode della moralità pubblica e sottratta al confronto critico, sostenuta da una cultura che vede nella punizione altrui una forma di rivalsa sociale. È da qui che nasce l'attuale fronte del NO.
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«Non vedo alcuna ombra di autoritarismo nella riforma, né di aggressione alla Costituzione», piuttost...Oggi l'opposizione alla separazione delle carriere non si fonda su un'analisi tecnica del necessario riequilibrio tra accusa e giudizio, ma sulla difesa di un modello culturale in cui la magistratura indagante è sottratta a ogni critica e ogni tentativo di riforma viene letto come un attacco alla legalità o all'ordine costituzionale. Il dibattito referendario lo mostra con chiarezza. Il NO evita il confronto nel merito sulla distinzione dei ruoli e sulla terzietà del giudice e preferisce delegittimare l'interlocutore, accusando chi propone la riforma di voler indebolire la lotta alla criminalità, o di nutrire ostilità verso la magistratura. In questo schema il garantismo diventa sospetto, la critica diventa complicità, la distinzione dei ruoli un intralcio.
Il fronte del NO finisce così per difendere un'idea di giustizia in cui accusa e giudizio condividono non solo l'ordine di appartenenza, ma anche una legittimazione morale comune. È ciò che la cultura garantista aveva sempre rifiutato e combattuto. La separazione delle carriere non è una riforma contro il pubblico ministero. Non limita i suoi poteri, non riduce l'obbligatorietà dell'azione penale, non cancella gli effetti sociali dell'indagine. Ma afferma un principio essenziale: l'accusa è una parte e la sua forza non può essere sorretta da una copertura simbolica di neutralità. È questo che il fronte del NO non accetta.
Dietro l'appello alla difesa della Costituzione si cela una concezione del processo penale come strumento di supplenza della politica. Una concezione che ha portato la sinistra a rinunciare alla propria tradizione garantista senza elaborare una nuova teoria coerente del processo. Il risultato è un paradosso: chi un tempo diffidava di ogni concentrazione di potere oggi difende l'intangibilità del potere inquirente; chi aveva fatto del garantismo una bandiera oggi lo tratta come un ostacolo.
Il referendum sulla separazione delle carriere non chiede di scegliere tra magistratura e politica, ma tra una giustizia come limite al potere e ai suoi abusi e una giustizia ridotta a mero strumento per raggiungere fini che vanno al di là dell'ordinaria repressione dei reati. Il fronte del NO ha già scelto. E la sua scelta segna, più di ogni dichiarazione, la fine della cultura garantista nella sinistra italiana, sostituita da una fede dogmatica nella magistratura indagante.




