L’incubo è finito, ma Pietro Tatarella non dimentica quella che a Libero ha definito «una lunga traversata». Sette annidi calvario, di cui 46 giorni in isolamento, quattro mesi di detenzione e poi agli arresti domiciliari. La piena assoluzione nel processo Mensa dei Poveri non ha cancellato il dolore di essere stato rinchiuso tra quattro mura, ma nonostante le sofferenze l’ex consigliere di Forza Italia ammette di non sentirsi una vittima del sistema giudiziario.
Come mai?
«Non ho mai perso fiducia perché ho sempre trovato giudici intenti a ristabilire la verità. Non ho mai percepito superficialità da parte loro, ma sempre la volontà di approfondire e capire al meglio questa vicenda».
Che cosa, secondo lei, non ha funzionato nella macchina della giustizia?
«Dal mio punto di vistai tempi. Sette anni per fare chiarezza sono davvero troppi. Ciò che mi ha fatto più soffrire è stata la narrazione di questa storia: dai titoli di giornale fino alla procura che organizzò una conferenza stampa il giorno degli arresti. Il carcere preventivo è stato l’aspetto più doloroso di questa vicenda, perché non c’era alcun rischio che potessi fuggire. Ringrazio il mio avvocato perché ho capito che non basta essere innocenti, bisogna anche essere in grado di dimostrarlo. E immagino le difficoltà di chi non può permettersi un buon difensore».
Qual è il ricordo più brutto?
«Quando sono stato portato nella cella di isolamento. È in quel momento che ho realizzato davvero la mia condizione. Ero a terra anche perché non me l’aspettavo. I primi giorni sono stati durissimi, non avevo nulla con cui distrarmi».
Come si affrontano 46 giorni da soli con sé stessi?
«Ho letto e scritto moltissimo. Sono riuscito a leggere molti libri che desideravo, perché la biblioteca del carcere era ricca di titoli interessanti. Un libro che mi ha aiutato molto è stato Un uomo di Oriana Fallaci».
Un altro momento doloroso è stato il lutto per la scomparsa di sua nonna.
«Quel sabato venne il mio avvocato, e mi stranì perché non erano previsti incontri. Mi comunicò che mia nonna era morta e che non avrei potuto partecipare al funerale. È stato terribile: eravamo molto legati. Non averla potuta salutare è un peso che porto dentro ancora oggi».
La sua famiglia come ha reagito?
«Per mia moglie è stata durissima. Quando mi hanno sequestrato i conti correnti è rimasta con 16 centesimi in banca. Mio figlio aveva quattro anni e non è stato facile spiegargli perché non poteva vedere il papà. Quando ci siamo riabbracciati la prima volta era paralizzato, non riusciva nemmeno a parlare. Mia moglie lo ha portato anche dallo psicologo, perché sono situazioni davvero complesse da affrontare».
All’epoca del suo arresto aveva ricevuto solidarietà da diversi esponenti politici, anche del Pd.
«Si sono spesi in mio favore Giungi, Bussolati e altri. Questo mi ha reso molto felice e mi ha aiutato ad affrontare la vicenda. Vedere che il garantismo appartiene alle persone e non ai singoli partiti mi ha fatto davvero piacere».
Cosa ne pensa del referendum sulla giustizia?
«Voterò sì, perché la separazione delle carriere è sacrosanta. In caso di approvazione vedremmo dei cambiamenti, certo non immediati, ma sarebbe un primo passo molto importante».
Nella sua vita c’è un prima e un dopo. Che cosa resta dopo tanto dolore?
«Può sembrare banale, ma ho imparato a godere delle cose più semplici: bere un caffè al bar, andare al cinema, fare una passeggiata. Azioni normali, quotidiane, che si trasformano in momenti di vera felicità. Sul muro della mia cella avevo scritto: la straordinarietà dell’ordinario. Quando sei dentro vivi ovattato, sei fuori dal mondo».
Quali progetti ha per il futuro?
«Continuare a fare il mio lavoro, il falegname. Ma vorrei anche realizzare qualche progetto per i detenuti, perché avendo vissuto questa esperienza in prima persona sento il dovere di aiutare. Sono momenti che ti segnano per sempre».




