«Quando una toga come Nicola Gratteri utilizza argomenti politici e tesi manipolatorie per sostenere il No alla riforma della magistratura, anziché muovere critiche tecniche e ancorate alla realtà, il segnale è preoccupante».
A cosa si riferisce, avvocato?
«Ho letto l’intervista rilasciata dal procuratore di Napoli al Fatto Quotidiano, ieri. È disarmante vedere un magistrato di quel calibro sostenere falsità, perché ancora qualcuno crede che la sua parola sia Vangelo».
Nell’intervista Gratteri sostiene che, dopo la riforma, avremo una giustizia solo per ricchi e potenti perché il pm smetterà di cercare gli elementi che scagionano l’imputato e si concentrerà solo sulla tesi accusatoria...
«A parte che spesso già accade questo nella realtà, è un discorso sconnesso, direi addirittura grottesco. La riforma non tocca l’articolo 358 del codice di procedura penale, che impone al pm di valutare tutte le prove a favore dell’imputato».
Gian Domenico Caiazza non le manda a dire. «La campagna per il No», afferma, «è fondata su una parola d’ordine che è un falso, ovverosia che la riforma sottometta le Procure ai politici. Ma questo assetto, che pure ricorre nella maggior parte delle democrazie occidentali, è impedito dalla stessa nuova legge, che ribadisce espressamente il divieto costituzionale che questo avvenga». L’ex presidente dell’Unione Camere Penali, attuale presidente del Comitato Sì/Separa istituito dalla Fondazione Einaudi accusa l’Associazione Nazionale Magistrati di propagandare «menzogne tecniche» per orientare il voto. «Se fosse vero quello che dicono i giudici», provoca, «sarei io il primo a votare No. Non potrei mai accettare una magistratura inquirente alle dipendenze del giustizialismo grillino odi certi esponenti forcaioli dell’attuale opposizione».
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«Al referendum voterò Sì perché credo nell’indipendenza dei magistrati e so che la prim...Ma tutta l’intervista al Procuratore di Napoli si basa sul postulato che l’esecutivo controllerà le Procure. Davvero non è così?
«No, lo ripeto, la riforma conferma tutte le norme costituzionali che presidiano l’indipendenza della magistratura: l’articolo 101, che sancisce che le toghe dipendono solo dalla legge, l’articolo 107, che garantisce la loro inamovibilità, l’articolo 109, che afferma che il controllo della polizia giudiziaria spetta alle Procure...».
Gratteri sostiene che questa riforma è una vendetta per Tangentopoli...
«Un’altra affermazione insensata. A parte che la riforma è stata fatta da partiti che ai tempi di Tangentopoli neppure esistevano, o ne sono stati beneficiati, frasi così surreali ma di forte presa emotiva sono solo la prova di un’altra cosa che Gratteri ammette nell’intervista al Fatto».
Che la posta in gioco è altissima e per questo perfino lui, fino a poco fa contrario al sistema delle correnti ed estraneo all’Anm, è sceso in campo?
«Esattamente. Perla magistratura politicizzata questa è la partita della vita perché la riforma, grazie al sorteggio dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, sottrae all’Anm il potere di controllare, attraverso le correnti e la nomina dei membri del Csm, le carriere di pm e giudici, privandola di un’arma politica fondamentale. Pur di non perdere questa prerogativa, che non ha appigli nella Costituzione, è stata avviata una campagna che prevede la scientifica falsificazione dei contenuti della riforma».
Avvocato, il Sì è partito in grande vantaggio, ora pare che il No stia recuperando: come se lo spiega?
«Perché, anziché spiegare quanto c’è di buono e necessario nella riforma, siamo costretti ogni giorno a smentire le bugie del fronte del No, che però così stadi fatto guidando la campagna referendaria imponendo una narrazione parallela che nulla ha a che fare con la realtà».
Certo che questa falsificazione che lei denuncia è inquietante: se i magistrati fanno i processi come fanno la campagna referendaria...
«Non voglio polemizzare fino a questo punto. Auguriamoci tutti che lo standard di rispetto della verità che l’Anm applica nella campagna referendaria sia diverso da quello che i magistrati adottano nei processi. Mi lasci però dire che non esiste nel mondo una soggettività e un protagonismo politico della magistratura come quello incarnato dalla Anm».
Cosa dice agli elettori per convincerli a votare Sì?
«Io direi che il Sì garantisce una magistratura più libera e quindi una giustizia più giusta. La prima indipendenza della magistratura dev’essere interna e deve garantire al giudice di essere libero dai condizionamenti delle correnti dell’Anm, che sono decisive nel determinare le carriere delle toghe. i$ per questo motivo che solo pochi magistrati, di grande coraggio, si stanno esponendo in favore del Sì. Sono in tanti, tra i giudici, a voler spezzare il dominio delle correnti, ma la maggioranza di loro tace per evitare conseguenze».
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«La riforma ridurrà il numero degli errori giudiziari, saranno di meno perché attualmente il rapporto di colleganza tra giudici e pm e l’incrocio disciplinare e di carriera tra le due funzioni condiziona il lavoro. Con la separazione delle carriere il giudice sarà costretto a essere più attento ed equidistante».
Perché ne è così certo?
«Attualmente il nostro sistema garantisce una sorta di impunità al giudice. Togliere la giustizia disciplinare a un Csm nominato dalle correnti favorisce un giudizio oggettivo e depoliticizzato sull’operato dei magistrati».
Un altro effetto positivo della riforma, avvocato?
«In Italia oggi il protagonista della giurisdizione non è il giudice ma il pm, il che è inconcepibile in un Paese democratico. Basta vedere quel che accade a livello mediatico: basta l’accusa per affibbiare all’indagato lo stigma di colpevole. Se solo Turchia, Romania e Bulgaria non hanno la separazione delle carriere in Europa, ci sarà un motivo: a quali democrazia vogliamo ispirarci?».
Però i fautori del No replicherebbero che l’attuale assetto è scritto nella Costituzione...
«E questa è l’ennesima bugia. La riforma del giusto processo con giudice terzo e imparziale, varata nel 1988, ha modificato l’articolo 111. Nel presentarla Giuliano Vassalli medaglia d’argento della Resistenza, disse al Financial Times che la norma avrebbe allineato il nostro codice di procedura penale a quello delle democrazie contemporanee».
Perché abbiamo lasciato passare quarant’anni?
«Per le resistenze fortissime della magistratura al cambiamento, che è stato tentato più volte anche dalla sinistra, che infatti oggi è divisa sul punto».




