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Referendum Giustizia, la Chiesa a gamba tesa: "Il ruolo del pm alterato"

di Tommaso Montesanogiovedì 19 febbraio 2026
Referendum Giustizia, la Chiesa a gamba tesa: "Il ruolo del pm alterato"

3' di lettura

E dire che a pagina 14 del vademecum è riportato l’appello del presidente della Cei, Matteo Zuppi, ai fedeli a non «lasciarsi irretire da logiche parziali». Eppure solo un paio di pagine prima, nella «conclusione» con la quale l’Azione cattolica italiana e la presidenza diocesana di Roma tirano le somme in vista del referendum costituzionale sulla giustizia, sembra di leggere un documento redatto dal Comitato del No alla riforma Nordio. Certo, l’appello a votare contro la separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Csm e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare non c’è, ma basta scorrere tra le righe del documento preparato per le «iniziative di approfondimento all’interno dei gruppi parrocchiali» di Roma per capire per quale parte batta il cuore della diocesi capitolina. Il “piccolo vademecum” per presidenti parrocchiali ed educatori è di 21 pagine. Laddove si ravvisa una scelta di campo è nel quinto capitolo, nel quale sono riportate le “istruzioni” su cosa dire nel merito della riforma. Tanto per cominciare, la diocesi di Roma obietta che i due Consigli superiori della magistratura e la nuova Alta corte per i provvedimenti disciplinari delle toghe «oltre a comportare costi ulteriori per il funzionamento dei tre organi», sottrarranno «un numero maggiore di magistrati allo svolgimento dei processi ordinari civili e penali», dovendo giocoforza partecipare- alcuni di lavoro - alla gestione dei tre nuovi organi. Questo è solo l’antipasto. Poco più avanti arriva l’allarme: «Il referendum sollecita una riflessione ampia sui meccanismi di equilibrio tra le funzioni e i poteri dello Stato e sul modello di giustizia, che sicuramente sarebbero diversi da quelli assicurati dal vigente assetto costituzionale».

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Sottinteso: in peggio. «L’impianto della nostra Carta fondamentale», è la premessa, sta «nell’accertamento dei fatti e nella ricerca imparziale della verità», assicurati non solo dal giudice, ma - attenzione - anche dal pubblico ministero, cui il codice di procedura penale chiede «di svolgere indagini anche a favore dell’indagato». Ecco perché «il pm viene formato alla cultura della giurisdizione allo stesso modo del giudice e agisce nell’ambito della medesima cultura giurisdizionale». Poco importa, agli estensori del documento, che la Corte di Cassazione - nella sentenza della VI sezione penale numero 30196 del 3 settembre 2025 abbia ammesso che questo “dovere” «non è presidiato da alcuna sanzione processuale» (se il pm decide di non indagare su fatti che potrebbero scagionare l’indagato, in pratica, non succede nulla). Poco importa, come ha ricordato Gian Domenico Caiazza, già presidente dell’Unione delle camere penali, che «i Gup (i giudici dell’udienza preliminare, ndr) accolgono le richieste del pm di rinvio a giudizio nell’oltre il 90% dei casi».

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Per Azione cattolica e diocesi di Roma separare le carriere di pm e giudici significa inquadrare i magistrati dell’accusa «in un diverso corpo ordinamentale, con un proprio e separato organo di autogoverno». Cosa che «potrebbe alterare il ruolo del pm e spingerlo verso la sola formulazione dell’accusa». Peccato che dai numeri emerga che questo è proprio quello che accade oggi con l’assetto che tanto piace agli autori del vademecum. Rispondendo a un’interrogazione presentata dal deputato di Forza Italia Enrico Costa, il ministero della Giustizia a novembre dello scorso anno ha divulgato le percentuali di accoglimento delle richieste del pubblico ministero: il 94% per le richieste di intercettazioni; il 95% per le convalide dei decreti d’urgenza; il 99% per le richieste di proroga delle intercettazioni; l’85% per la richiesta di proroga dei termini delle indagini preliminari. Per Azione cattolica e diocesi di Roma, però, con la separazione delle carriere «la giustizia diventerebbe la semplice contrapposizione tra accusa e difesa» e allora sì che perderebbe «tutta la sua valenza di ricerca preliminare della verità dei fatti». E meno male che la Conferenza episcopale italiana, con una nota diffusa all’inizio di febbraio, aveva smentito di essere «entrata nel merito della questione con indicazioni di voto».