«Fare la cosa giusta». Fosse un film il regista sarebbe Spike Lee, ma è calcio anzi politica e il fuoriclasse, sul prato verde, Kylian Mbappé ha sempre saputo da che parte del campo sterzare la sua dialettica. «Fare la cosa giusta», lo confidava a maggio alle pagine di Vanity Fair parlando delle elezioni francesi del 2027. Intervista in cui il centravanti del Real Madrid ha prestato la sua voce contro il Rassemblement National. La solita giocata.
Elche, comunità autonoma valenciana, martedì sera la squadra locale ha ospitato per la sesta giornata de La Liga il Real Madrid. I 22 giocatori titolari, così, escono dagli spogliatoi e si dirigono verso il centrocampo. Hanno tutti indosso una maglietta bianca che recita la scritta “Todos somos caballas”. “Siamo tutti sgombri”. Ovvero il soprannome, caballas, con cui vengono chiamati gli abitanti di Ceuta. Un messaggio di fratellanza e sostegno verso l’exclave spagnola che ha visto, a fine luglio, l’ingresso sul proprio territorio di oltre 72mila immigrati irregolari. Il promotore dell’iniziativa è stata l’Associazione degli imprenditori della Valencia (Ave) che ha voluto «esprimere la nostra vicinanza e solidarietà a tutti i cittadini» di Ceuta.
La telecamera può tornare all’Estadio Manuel Martínez Valero di Elche. I calciatori sfilano, in 19 indossano la camiseta di cui sopra, tre no. O meglio uno non l’ha infilata nemmeno, parliamo del madridista Ibrahima Konaté. I compagni di squadra Kylian Mbappé e Vinicius Junior l’hanno piegata, all’altezza del busto, coprendo la scritta. Anzi, appena prima della consueta stretta di mani tra le due compagini, che precede il fischio d’inizio, Mbappé e Vinicius si sono sfilati la maglietta. Il gesto è diventato un manifesto. Il giornalista di Marca, Roberto Gómez, ha criticato la scelta. «Credo sia una questione molto seria», ha detto. Sottolineando come esista la necessità che arrivi una spiegazione pubblica. Le parole di Gómez sono, in particolare, rivolte a Mbappé: «Vedremo se il Real Madrid rilascerà qualche commento, o se la questione sarà lasciata esclusivamente ai giocatori stessi».
C’è anche da chiedersi come la prenderanno i tifosi blancos l’iniziativa dei tre. Non più tardi di settimana scorsa i supporter della formazione allenata da Mourinho, al Santiago Bernabéu, avevano trasformato la loro curva in una gigantesca bandiera di Ceuta. Un gesto di appartenenza nazionale scandito dal coro «Ceuta non si vende, Ceuta si difende». E il calcio diventa il trampolino dove i messaggi politici amplificano le proprie frequenze.
Basti vedere le critiche che ha ricevuto il calciatore marocchino Ezzalzouli per aver indossato la t-shirt, “Todos somos caballas”, lunedì sera nella sfida tra Villarreal e Betis (lui è attaccante della squadra di Siviglia). A seguito degli insulti social - lo hanno bollato, nel migliore dei casi, come “traditore” - ha dovuto pubblicare un messaggio affermando che «si trattava di una maglietta di natura sociale, a sostegno di una popolazione e dei suoi abitanti, a prescindere dalla loro nazionalità, che stavano vivendo una situazione difficile». Mbappé così ha diviso l’opinione pubblica. La portavoce del PP al congresso, Ester Muñoz, ha detto che i giocatori dovranno «spiegare perché non vogliono difendere la Spagna».
Mentre José María Figaredo, segretario generale di Vox al congresso, ha detto che i tre sono «molto liberi di fare e difendere le cause che vogliono», ma anche gli spagnoli sono «liberi di sentirsi indignati con tre milionari che vivono in Spagna e non supportano gli spagnoli». Immancabile il commento di nostra signora dell’antifascismo, Ilaria Salis, che si è congratulata con la decisione dei tre calciatori. La punta francese, capitano nella nazionale, torna a giocare le sue carte e lo fa attraverso un simbolo. Scegliendo la barricata del multiculturale. Ieri contro il RN, oggi voltando le spalle a Ceuta. Provate a dirci che è solo un gioco quello del calcio, quando in campo scende la sfida tra identità e immigrazionismo.




