Sugli affari di Valter Lavitola nel settore dei carbon credit non tramontava mai il sole. Infatti, nel suo interrogatorio di garanzia del 12 agosto scorso, il mandante reo confesso della bomba contro Sigfrido Ranucci fa l’elenco dei Paesi in cui stava operando e molti di questi non erano ancora stati citati dalle cronache dei giornali: Etiopia, Congo, Camerun, Zimbabwe, Gabon e Guinea oltre al solito Brasile. Ma il centro del business («Un affare da un miliardo di euro») sarebbe proprio il Camerun, più del citatissimo Zimbabwe.
Nello Stato dove opera il proconsole (latitante) Gomes Clesio Tavares si troverebbe «il progetto di punta dei carbon credit». E quando il discorso va su Tavares, il gip Iole Moricca domanda: «Gomes torna o non torna?». Risposta: «Le dico la verità, non lo so. Io spero che non torni prima che ha finito il lavoro che deve fare lì, perché sennò...».
Lavitola a questo punto azzarda una battutaccia: «L’omicidio è punito pure se fatto a Gomes, vero?». Poi aggiunge: «Ma, conoscendolo, torna sicuramente. Ho visto ieri sera l’intervista dove ha detto “io non ho paura di niente”». Fatto sta che, a quasi due mesi dalla richiesta di misura cautelare e dall’annuncio di un imminente ritorno, Tavares è ancora uccel di savana. Lavitola giura che il suo sogno è quello di trasferirsi nel Continente nero («Mi sento mezzo africano»), dopo aver scontato «i maledetti due anni» che deve ancora fare per una tentata estorsione: «Mi stavo costruendo la casa in Africa [...]. Mi stavo organizzando per andarmene lì». Ma ricorda che, contemporaneamente, si augurava che Ranucci diventasse premier: «Uno che fa il presidente del Consiglio italiano, il ministro, il deputato, la scimmia [...] un ruolo apicale [...] ti porta [...] una situazione di prestigio» è la sua riflessione. Ma, l’amicizia di Ranucci, gli avrebbe garantito pure altri vantaggi: «Siccome io ho un figlio grande e tre piccoli, non avrei voluto lasciare su Internet che ero stato il brigante... se uno va su internet io sono tipo il bandito Giuliano... allora avrei voluto dire: “Guarda che quello che era il nostro nemico”...». Il ragionamento prosegue: «Ranucci ha fatto solo contro Marcello Dell’Utri più puntate che contro di me. Non Ranucci, Report [...]. La mia idea era: bene, io sono riuscito a convincere questo a candidarsi, a vincere le elezioni, a uno contro di noi». In sostanza, l’ex conduttore, guadagnato alla causa, doveva essere esibito come un trofeo.
Ranucci, "l'intervista scritta da Lavitola"
Per giorni l’imprenditore africano Benjamin Chimutengo ha rilasciato dichiarazioni e mandato messaggi al suo ex so...Secondo Lavitola, Ranucci sarebbe stato affascinato dal progetto del sondaggio da effettuare in vista di una sua possibile discesa in politica: «Avevamo fatto la cosa assieme, quindi era evidente che in qualche modo la cosa lo interessava, no? Sennò mi avrebbe mandato a quel paese. Non è che Ranucci passava il giorno a girarsi i pollici. Allora, se mi dedichi del tempo, vuol dire che in qualche modo perlomeno ti incuriosisce». VALTER DÀ I NUMERI Il gip cita un’intercettazione: «Quando lei dice “Voglio che ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere”, di cosa sta parlando?». Lavitola risponde: «Serve a farti crescere anzitutto nell’opinione pubblica, considerando che lui è un uomo pubblico; con la Rai diventi inattaccabile [...]; poteva, forse, pure essere riferito alla politica, non lo escludo...».
Quindi il faccendiere, domanda a bruciapelo al giudice: «Lei quanta esperienza politica ha?». Il gip replica: «Io zero». Lavitola si bulla: «Ecco. Io, invece, tanta». E, per dimostrarlo, fa qualche esempio: «Silvia Salis, che è sindaco di Genova, se fa i sondaggi che chance ha di fare il candidato (del Campo largo, ndr)? Nessuna! Dopodiché, a furia di fare uscire questa roba, tu diventi... una sciocchezza detta cento volte diventa una cosa reale. Allora nel momento in cui tu fai uscire un sondaggio in cui tu vieni dato a “n” punti davanti al centrosinistra... davanti al centrodestra e fino a quel momento nessuno ci ha pensato, ti iniziano a sondare pure gli altri e allora si vede che anziché essere 15 punti avanti, magari sei alla pari, sei a 2, sei a 3». Il discorso sembra fare riferimento al risultato inaspettato del fantomatico «sondaggio americano» che attribuiva a Ranucci numeri «incredibili». Lavitola butta lì una valutazione non richiesta: «Oggi tra Elly Schlein e Giuseppe Conte non ci sta partita». Non è chiaro, però, a vantaggio di chi.
Il sessantenne salernitano rimarca anche che il suo legame con Ranucci si è rafforzato dopo che il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha sollevato in Commissione di Vigilanza Rai la questione dei loro rapporti: «Sigfrido si alzò e gli disse: “Guarda, anzitutto io rivendico la mia amicizia con Valter [...] è nato come un nostro bersaglio, poi è diventato una fonte e poi è diventato un amico caro”. Poi ha detto a questo qui, a Gasparri: “Risulta che per il suo partito, ma anche per lei persona, abbia fatto tutt’altro”. E Gasparri non ha risposto. Tant’è vero che Sigfrido ha detto: “Lavitola è un po’ la scatola nera di questo Paese”, facendomi un altro bel regalo».
Mentre affronta con i magistrati la questione della discesa in campo di Ranucci («Ero convintissimo che lui avrebbe potuto fare bene»), l’indagato ammette che l’idea della bomba è stata «una bestialità assoluta».
Pisto contro Ranucci: "Cercavo Laura Cianfoni, ho fatto solo il mio lavoro"
Quando il metodo Ranucci tocca Ranucci e il suo cerchio magico, il Sigfrido furente si indigna e erutta sui social contr...«IL MINISTRO MI HA DETTO...»
Il faccendiere illustra con dovizia di particolari la presunta pista che avrebbe innescato il piano scellerato, quella dell’«odiatore» pronto a uccidere Ranucci su mandato di «due agenti infedeli» dei servizi segreti israeliani, infastiditi da un’inchiesta sul cantiere Vittoria di Adria, che avrebbe messo in discussione alcuni affari sporchi legati alle armi (durante le riprese della trasmissione vennero scoperti due mitragliatori non registrati). Lavitola sarebbe stato allertato da una «fonte» di Gerusalemme. Di cui, però, non fa il nome, anche se precisa che le gole profonde che gli hanno dato questa notizia «sono fonti che sono in contatto stretto, operativo, costante con l’intelligence italiana».
E per questo, a suo giudizio, i colleghi stranieri avrebbero condiviso l’informazione con i nostri 007. Al contrario, lui, non avrebbe messo in guardia le nostre barbe finte: «Non è più l’epoca di prima, in cui io avevo delle persone ultra fidate, adesso non so bene di chi mi potrei fidare» è la sua giustificazione. «Ho fatto in modo che con prudenza si verificasse se c’erano degli interlocutori attendibili all’interno dell’intelligence italiana, tant’è vero che ho informato Sigfrido, che ha iniziato a fissarsi, non so quanto a torto, quanto a ragione [...] su quella cosa in cui ha parlato di Fazzolari (il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, ndr), sul fatto che quello dei servizi segreti lo aveva seguito in Sicilia (su ipotetico input della politica, ndr), su altre cose...». Lavitola fa intendere di sapere che l’«odiatore», il «cane sciolto», che avrebbe dovuto «ammazzare» l’ex conduttore di Report proveniva da precisi ambienti: «Estremismo». Ma non dice di quale orientamento, perché la notizia «verrebbe strumentalizzata politicamente». Ma poi chiosa: «È facile».
In un altro frangente l’ex direttore dell’Avanti! si lamenta perché Ranucci non gli avrebbe dato retta sui pericoli che stava correndo per «superficialità». Racconta anche di aver pensato a una scorta della scorta per proteggere l’«amico fraterno» dal presunto attentato che sarebbe stato progettato dagli israeliani: «Io chiedo: “Gomes, gli possiamo mettere un gruppo di gente, professionisti che pigliamo all’estero e glieli mettiamo attorno?” e Gomes risponde “Sì”. Parlo con Sigfrido e lui mi dice: “Ma tu sei scemo! Che mi metti una scorta della scorta della scorta?”. Ho detto a Gomes: “Vabbè, lascialo perdere”... anche perché oggettivamente aveva ragione lui. Cioè, non puoi mettere una scorta di privati a fronte di una scorta [...]. Allora alla fine dico a Gomes: “Vabbè, che cosa possiamo fare?”». Ed ecco balenare l’idea che ha inguaiato molte persone: «Fai una cosa, facciamogli paura [...] creiamo un incidente per il quale si deve per forza [...] alzare la tensione».
Sull’attentato da lui ideato, Lavitola è perentorio: non avrebbe dovuto coinvolgere le auto di Ranucci: «Dico: “Ma che è successo?” e Gomes mi ha risposto: “Dottore, io ho preso ’sti tre cretini”». L’ex oste del bistrò Cefalù ancora non si capacita: «Quegli imbecilli hanno messo, è vero, poco più che una bombetta, ma l’hanno messa sotto la macchina di quello, dove avevano pure l’impianto a gas [...] se la mettevano sotto il pianale dell’impianto lo ammazzavano davvero. Dopo li strangolavo io. Là sì che andavo in galera».
Lavitola scrisse all'amico: "Sono entrato a Report, ci starò fino a stasera..."
L’ingresso trionfale di Valter Lavitola nella redazione di Report ha una data. E c’è un messaggio Wha...L’indagato, davanti ai magistrati, rivela gli aggiornamenti che avrebbe ricevuto dal giornalista dopo l’esplosione: «Mi raccontava passo per passo, diceva: “Ma stai tranquillo, perché mi ha chiamato il prefetto, poi sono andato a parlare col ministro”, con non so, “con tutti quanti, mi hanno assicurato”...».
Il faccendiere, durante l’interrogatorio, prova a spiegare come funzioni la protezione a ferro di cavallo e pare quasi sfottere il gip: «Posso fare un disegnino?». La Moricca taglia corto: «Andiamo avanti...». Lavitola insiste: «Solo un disegno». Ma non convince la toga a lasciarlo esibire con carta e penna.
C’è stato un altro momento di imbarazzo quando magistrati e indagato hanno toccato l’argomento Laura Cianfoni, l’impiegata di Fincantieri che con la sua cinquantina di ingressi a Report, ha determinato, almeno in parte, la sospensione dalla Rai di 10 giorni di Ranucci.
«HO PRESO IN GIRO WOODCOCK»
Lavitola motiva la sua scarsa conoscenza dell’abitazione di Pomezia dell’ex conduttore con queste parole: «Per vergogna sinceramente, siccome la moglie di Sigfrido la conoscevo pochissimo, ma con la Cianfoni mi ci vedevo proprio, per un fatto di pudore non vado a casa della moglie [...] è una forma di riguardo». Il dialogo diventa surreale. Gip: «Ma lei prima del 7 settembre c’era mai stato a cena da Ranucci?». Lavitola: «A casa lì (a Pomezia, ndr) credo di no, gliel’ho già detto, perché non andavo a casa dalla moglie, non mi...». Gip: «Perché c’era la moglie, okay». Lavitola: «Però a cena da Ranucci, dove cucinava lui o cucinavo io, ci sono stato tante volte». Gip: «Perché lui ha altre case?». Lavitola: «Si appoggiava, quando era a Roma, a casa di...». A questo punto l’indagato e il giudice si arenano sulla definizione da dare al tipo di rapporto che lega la Cianfoni a Ranucci (il quale definisce la quarantaduenne ex sindacalista come sua «collaboratrice»). Gip: «A casa della sua... diciamo...».
Lavitola: «Amica... diciamo». Gip: «Di questa... della signora Laura Cianfoni». Lavitola: «Cianfoni. E poi qualche volta, una o due volte, sono stato a Rocca Massima». Gip: «Dove c’è un’altra casa?». Lavitola: «Dove (Ranucci, ndr) ha una casetta di montagna». Al pari della Cianfoni e della sua famiglia.
Alla fine il giudice rompe il tabù e usa la parola proibita: «Perché comunque conosceva l’amante e non la moglie». Lavitola: «Sì, sì». Con i magistrati l’indagato lancia una frecciata anche a un pm che ha incontrato sulla sua strada: «Se mi permette, avendo di fronte dei pubblici ministeri differenti, dei quali avevo differente stima, che erano Woodcock (Henry John, ndr) e altri, li prendevo in giro e questo non mi ha portato bene».
Ma anche se ha avuto molti guai giudiziari ed è stato latitante, Lavitola nega di aver pensato, prima dell’ultimo arresto, alla fuga, che avrebbe potuto realizzare facilmente: «Non voglio dire che sono Sherlock Holmes, però, stanno tutte le frontiere aperte, pigliavo il telefono mio, lo mandavo a spasso con uno, prendevo una macchina e me ne andavo in Serbia». Più probabilmente nel suo amato Montenegro, dove lo aspetta ancora il tablet bianco dei misteri che ha fatto inviare laggiù e dove si trova uno dei suoi conti correnti.




