Libero logo

Raffaele Guadagno, chi è l'uomo che fa tremare le toghe: "Mi consideravano uno di loro"

di Giacomo Amadoridomenica 8 novembre 2026
Raffaele Guadagno, chi è l'uomo che fa tremare le toghe: "Mi consideravano uno di loro"

6' di lettura

Nella Procura di Perugia era diventato un pm ad honorem. Aveva accesso a fascicoli e banche dati al pari di un inquirente. Ma la carriera di Raffaele Guadagno, di professione cancelliere, si è interrotta quando su un giornale uscì un atto considerato riservato dal procuratore di Perugia Raffaele Cantone. Il funzionario venne allontanato e processato, con l’accusa di essere l’informatore del cronista e di avere scaricato, illegittimamente, molti altri atti.

Oggi è in pensione e scrive libri. Nell’ultimo, in fase di preparazione, si appresta a descrivere ciò che avrebbe visto accadere nella Procura di Perugia. Un racconto che, se confermato, porterebbe a pensare che in molti uffici giudiziari le regole valgano solo per gli indagati e non per chi è chiamato a perseguire i reati. Guadagno, infatti, sarebbe stato utilizzato dai pm come un ufficiale di polizia giudiziaria: per esempio ha partecipato a perquisizioni e ha stilato annotazioni, senza avere titolo per farlo, nell’inchiesta che ha coinvolto un sottufficiale del Ros e l’ex procuratore aggiunto di Perugia Antonella Duchini.

Guadagno, perché nel marzo del 2018 ha partecipato alla perquisizione della giornalista E. P.? 
«La conosco dal 1995, quando era in corso il processo per l’omicidio di Mino Pecorelli. Lei entra nell’inchiesta su Gisabella e Duchini perché i pm avevano trovato nel pc del carabiniere alcuni file riferiti anche a lei, che era in stretti rapporti con il maresciallo. Così mi hanno chiamato perché erano a conoscenza della mia amicizia con la cronista e mi hanno mandato a chiedere spiegazioni, perché altrimenti avrebbero ordinato una perquisizione a casa sua. In realtà non volevano avere problemi con i mezzi di informazione e, infatti, in una chat con me dicono di voler evitare incidenti diplomatici con i media».
E come è andata?
«Avendo avuto informazioni dalla mia amica sul materiale d’interesse presente nel suo pc, ho riferito quanto avevo saputo e visto ai pm Mario Formisano e Paolo Abbritti, titolari del fascicolo. È stata, quindi, disposta una finta perquisizione e io sono andato con gli ufficiali di pg e un tecnico informatico a casa della giornalista. Visto che serviva acquisire solo i file d’interesse che erano contenuti nel computer, quando questi sono stati recuperati, ce ne siamo andati».
Chi ha convinto la giornalista a contribuire alle indagini su Gisabella? 
«Beh, sono stato io, spiegandole che così avrebbe evitato la diffusione di notizie personali. Anche perché i pm avevano già deciso di sentirla a sit. Non era la prima volta che i magistrati usavano i miei “contatti” diretti. Io non ero solo un semplice funzionario, venivo considerato uno di loro».
Sapeva dei dissapori tra E.P. e Gisabella? 
«Io sì, i pm no. Sono stato io a dirglielo».
Nel suo pc c’era un file di Word con le sommarie informazioni della cronista creato alle ore 16 e 22 del 20 marzo 2018, quindi un’ora prima dell’effettivo inizio della verbalizzazione in Procura. Di che cosa si tratta? 
«Erano le domande dei pm per la mia amica. Le avevano mandate a me, via mail, e poi io le ho girate a lei che ha scritto le risposte a casa sua, prima della stesura del verbale ufficiale. Che avvenne di sera, alla mia presenza, nella Procura deserta. Io, ufficialmente, non c’ero, ma servivo da garanzia per la giornalista».
Chi era presente?
«Eravamo nella stanza di Formisano. C’erano Mario, Abbritti, la mia amica e io. Che, come detto, non figuro ufficialmente».
Il verbale che ha riassunto le operazioni della perquisizione quanto si è discostato dalla realtà e in cosa? 
«La realtà non esiste perché era tutto già predisposto, nessun atto a sorpresa».
Dalle sue chat risulta che lei e un ufficiale di polizia giudiziaria avete preparato due appunti per i pm...
«Riguardavano altrettanti imprenditori, Giuseppe Colaiacovo e Valentino Rizzuto, e li abbiamo consegnati ad Abbritti e Formisano. Il primo appunto, che ho preparato con il maresciallo Leonardo Paci, mi è stato chiesto dai due pm che non avevano capito tutta la storia. In esso abbiamo ricostruito la cronistoria della gestione dei fascicoli che avevano coinvolto Colaiacovo.
L’appunto, che non è firmato, è stato condiviso dai due sostituti con l’allora aggiunto fiorentino Luca Turco. Almeno così mi è stato detto. Nell’altro documento, sempre realizzato con Paci, racconto la storia di Valentino Rizzuto. Entrambi furono mostrati da me anche al dottor Raffaele Cantone quando è diventato procuratore di Perugia. Voleva sapere perché fossi stato sentito a Firenze».
Già, lei è stato convocato nel capoluogo toscano... 
«Esatto, mi sono recato in Procura due volte. La prima sono stato sentito dal dottor Turco e da un altro sostituto. La seconda dal comandante della Sezione di pg dei Carabinieri. Infine, in un’occasione, sono stato chiamato in dibattimento come testi mone».
Turco e i pm perugini si sono mai incontrati per fare il punto sulle indagini fiorentine? 
«Sì. In quel periodo ci sono stati contatti frequenti tra loro. Ho incrociato il magistrato toscano più volte negli uffici della Procura di Perugia. Una volta sono stato convocato anche io nella stanza di Formisano per consegnare al dottor Turco un verbale con le dichiarazioni dell’ex procuratore aggiunto Silvia Della Monica, parole raccolte durante un’ispezione ministeriale. Turco voleva approfondire i rapporti tra la Duchini e Gisabella e io disponevo del verbale in cui l’ex procuratore aggiunto faceva riferimento a questo argomento. Furono i due pm a dare questa informazione a Turco: per questo motivo mi chiamarono nella stanza».
Queste iniziative dei pm Abbritti e Formisano nei confronti della Duchini e di Gisabella erano concordate con il procuratore Luigi De Ficchy? 
«Non so dire. Ma anche De Ficchy aveva letto i miei appunti e ne volle una copia».
Nei suoi confronti hanno indagato i pm Miliani e Formisano, con cui, come risulta dalle chat, ha avuto rapporti di amicizia... 
«Lo confermo».
Il giorno della sua perquisizione, è stato contattato prima dell’inizio delle operazioni... 
«Mi ha telefonato Formisano e mi ha detto: “Raffaele come stai? Siamo sotto casa tua, ci sono anche Gemma e il procuratore, abbiamo bisogno di parlarti”. Molto sorpreso, direi angosciato, ho risposto: “Come sotto casa mia? Devo preoccuparmi? Sono indagato?”. Mi ha risposto di stare tranquillo, ma che ero indagato. Poi ho sentito Cantone chiedere: “Ma con chi parli?”. Formisano ha risposto che stava interloquendo con me e allora ho udito il procuratore esclamare: “Ma che fai? Parli con lui?”».
Abbritti e Formisano le hanno chiesto, nell’agosto del 2018, di far uscire articoli di stampa che riguardavano i problemi giudiziari e disciplinari della Duchini? 
«Sì, lo hanno fatto, come risulta anche dalle mie chat sequestrate e diffuse dai media».
Perché il procuratore generale Fausto Cardella le consigliò di non comparire come estensore degli appunti? 
«Mi disse che era meglio anche per il mio stato di salute».
Che rapporto aveva con Cardella?
«Per me era un amico, un fratello. Abbiamo lavorato insieme nei maggiori processi che hanno visto coinvolta la Procura di Perugia. Io mi sono sempre fidato di Fausto e lui di me. Tra l’altro, per dirne una, fui io a portare Abbritti e Formisano da lui. Per loro Cardella era il pg, per me era Fausto. Mi chiesero loro di conoscerlo. Facemmo un incontro nel suo ufficio senza farlo sapere a De Ficchy. I due volevano una “protezione” visto che avevano l’inchiesta sulla presidente della Regione. Lo stesso accadde con Gemma Miliani».
L'ex pg le diede altri suggerimenti? 
«Sì, me ne ha dati spesso. E io a lui. Gli parlai della perquisizione a E. P. ed era d’accordo con la mia linea. Anzi, mi suggerì di insistere nel farla sentire».
A che titolo Cardella si occupava della vicenda Duchini-Gisabella? 
«Non lo so, all’epoca era il procuratore generale e tutta la corrispondenza della Procura di Perugia con il Csm e con la Procura generale della Cassazione passava da lui. Ma i procedimenti di cui ho parlato non erano stati avocati dalla Procura generale».
Sempre dalle chat risulta che la Miliani, all'inizio dell'inchiesta su Luca Palamara si fosse rivolta a Cardella per avere consigli... lei è stato testimone di questo e che ruolo ha avuto Cardella in quella prima fase delle indagini? 
«Gemma non aveva rapporti con Fausto. Fui io a portarlo a casa della pm quando esplose il caso. Si discusse della linea da seguire e della possibilità di affiancare alla Miliani un collega. Gemma voleva essere sicura di avere le spalle coperte».
La Miliani le consigliò di parlare fuori verbale a Firenze. Lei ha raccontato di averlo fatto per 4 ore e che venne trascritta solo una paginetta: quali temi non sono entrati nel resoconto ufficiale? 
«Volevano che spiegassi gli appunti che avevo preparato e di cui non si doveva sapere che fossi l’autore. Di quello abbiamo discusso solo a voce».