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Moschee, il piano arabo per riempire tutta Italia

Gino Coala
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Se il denaro per costruire le moschee (o per comprare le chiese da consacrare poi ad Allah) è di provenienza lecita o illecita, non è un dettaglio. Fra il 2013 e il 2016, «grazie al direttivo dell' Ucoii è stato fatto un lavoro di raccolta fondi molto valido con il Qatar che ci ha consentito di procurarci 25 milioni di euro. Sono soldi del Qatar charity», spiegava nel maggio 2016 Ezzedin Elzir, allora presidente dell' Unione delle Comunità islamiche in Italia. Di quel tesoretto, quasi cinque milioni sarebbero finiti a Bergamo, come sostengono alcune carte giudiziarie, e poi in parte volatilizzati. Lo stabiliranno i giudici. Leggi anche: Salvini espelle l'imam che ha aggredito la Santanché: "A casa" Nel frattempo, un po' più di attenzione alle attività internazionali della finanza islamica potrebbe rivelarsi utile per bloccare anche i finanziamenti al terrorismo. L' Arabia Saudita e l' Egitto, che se ne intendono, hanno interrotto nel giugno del 2017 ogni relazione col Qatar, accusato di sostenere gruppi terroristici con i proventi del petrolio e del gas naturale. Anche molti Stati europei hanno imposto uno stop agli investimenti provenienti dal ricco emirato di Doha. SOLDI AI TERRORISTI In effetti, «la Fondazione Qatar Charity è stata riconosciuta dal governo degli Usa come uno dei soggetti finanziatori di Al-Qaeda e nel 1997 lo stesso Osama Bin Laden ricevette del denaro da parte di questa Ong», rilevava il senatore Giacomo Stucchi in un' interrogazione parlamentare presentata nella scorsa legislatura. Più recentemente, un rapporto di Human Rights Watch confermava che il Qatar supporta finanziariamente i terroristi palestinesi di Hamas, branca palestinese dei Fratelli Musulmani. In Italia, dove il Qatar controlla il 49% della compagnia aerea Meridiana, i marchi di moda Valentino e Pal Zileri, il complesso di Porta Nuova a Milano e una rete di alberghi, pare non si possa dire di no. Investono tanti quattrini, quindi si chiude un occhio sull' opera di islamizzazione e di alienazione dell' identità italiana che stanno compiendo. Ecco allora il proliferare di 43 moschee e centri islamici sparsi un po' dovunque nella Penisola, nonostante che l' Unità di Informazione Finanziaria (UIF) della Banca d' Italia abbia messo in evidenza che fra le segnalazioni scaturite da anomalie finanziarie ce ne siano molte «rilevate su rapporti intestati a organizzazioni senza scopo di lucro, di matrice religiosa e/o caritatevole (centri culturali islamici, associazioni, fondazioni, Onlus, etc.)». Avevano iniziato con i fondi necessari a ultimare la moschea di Colle Val d' Elsa, nel Senese, per proseguire con i loro investimenti religiosi in Sicilia con oltre 7milioni di euro, in particolare nella provincia di Ragusa, ma anche a Palermo, Catania, a Mazara del Vallo e nel Messinese. Sono luoghi simbolici della riconquista islamica, dopo la fine della dominazione araba nell' isola. Ma non si disdegna nemmeno il resto del territorio italiano, con donazioni che arrivano ai centri islamici di Olbia, Taranto, Roma e Frosinone, per finire a Lecco, a Brescia, a Saronno nel Varesotto, alla comunità turca Milli Görus di Milano, alla provincia di Mantova e infine a Modena, alla provincia di Ferrara e a Ravenna, passando per Verona e Vicenza. TRASPARENZA MANCATA Nessuno li ferma. Nemmeno l' accordo fra le componenti del Patto Nazionale per un Islam italiano che, alla presenza dell' allora ministro dell' Interno Marco Minniti, nel 2017, avevano sottoscritto un impegno per «assicurare massima trasparenza nella gestione e documentazione dei finanziamenti, ricevuti, dall' Italia o dall' estero, da destinare alla costruzione e alla gestione di moschee e luoghi di preghiera». Peccato soltanto che all' atto della firma mancassero proprio i referenti dei Fratelli Musulmani in Italia. di Andrea Morigi

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