Riguardo l’incontro, in programma per oggi, tra il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ed il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi circolano due ricostruzioni. La prima è quella della propaganda governativa nostrana, che si affanna a dipingere il quadretto idilliaco dei due leader moderni e innovatori che respirano sintonia e marciano compatti verso un radioso avvenire. La seconda - più attendibile - è quella che circola nelle cancellerie internazionali e negli ambienti diplomatici. Dove si racconta di un Obama arrivato a Roma (è atterrato ieri sera a Fiumicino) assai poco ben disposto nei confronti del nuovo capo del governo italiano e con in tasca un elenco lungo così di argomenti da sottoporgli a muso non esattamente bello. A Washington già le modalità (per tacere della ratio) con cui si era consumata la staffetta tra Letta (cioè uno dei premier più graditi alla Casa Bianca negli ultimi anni) e Renzi (cioè un esordiente di belle speranze) avevano fatto alzare più di un sopracciglio. Poi, le prime mosse del governo del rottamatore non hanno fatto che aumentare le perplessità dell’amministrazione. E oggi il premier dovrà rendere conto di parecchie cose. In cima alla lista c’è il trattato commerciale tra Ue ed Usa. Un trattato di cruciale importanza per Washington ma che risulta minacciato dall’ascesa del socialista Martin Schulz al vertice della Commissione europea (era stato lo stesso Schulz, qualche mese fa, a ventilare la possibilità di far saltare l’accordo a titolo di rappresaglia per lo scandalo Nsa). Ed essendo Renzi tra i principali sponsor dell’operazione Schulz (e soprattutto essendo i voti del Pd decisivi per la riuscita dell’operazione stessa), è sicuro che Obama esigerà dall’alleato italiano garanzie oltre il blindato in materia. Poi c’è il dossier Ucraina, ovvero quello su cui Washington è stata più delusa dal governo italiano. Agli americani non sono piaciute la flemma con cui, all’escalare delle tensioni, Palazzo Chigi ha messo mano al dossier e l’atteggiamento timido mostrato nei vertici internazionali. A Washington sono rimasti di sale sentendo il ministro degli Esteri Federica Mogherini dire che «l’ambito Nato non è quello giusto per affrontare il tema dell’Ucraina» (aprendo tutt’al più al coinvolgimento dell’Ocse) proprio mentre Obama mostrava i muscoli a Putin ventilando l’intervento dell’Alleanza. Non a caso, l’Italia è stata tra i Paesi che, nel primo giro di orizzonte informale sul tema, sono stati consultati per ultimi dalla Casa Bianca. Il capitolo militare non si esaurisce con la Crimea. Obama chiederà anche conto delle pratiche F-35 (il balletto del governo sull’acquisto dei caccia ha innescato rimostranze le più illustri, prontamente recapitate sulla scrivania di Giorgio Napolitano e a cui ha dato voce lo stesso Obama mettendo in guardia dai «tagli al budget della Difesa di alcuni Stati della Nato») e nomina del nuovo segretario generale della Nato, ambito in cui le perplessità americane sull’affidabilità del nuovo governo italiano hanno giocato un ruolo determinante nella decisione di cambiare cavallo in corsa convergendo sul norvegese Jens Stoltenberg. Le preoccupazioni di Obama, poi, arrivano fino a Bruxelles. Le poche fiches che l’amministrazione americana aveva giocato sull’aspirante premier italiano, infatti, erano state puntate sulla casella della lotta all’austerità e al rigore tanto cari alla Germania. Puntata infelice, dato che sono bastate le prime uscite continentali del neo-presidente per far capire alla perfezione anche a Washington che a Palazzo Chigi di voglia di intraprendere la battaglia sviluppista contro i diktat della signora Merkel ce n’è meno di zero. A chiarire ulteriormente l’antifona ha provveduto da ultimo l’ambasciatore americano John Philips. Intervistato dal Tg1 per introdurre la visita del presidente, il diplomatico non ha lesinato elogi in conto terzi a due delle tre persone che Obama vedrà oggi: Giorgio Napolitano («Una roccia, un vecchio amico e l’unica garanzia di stabilità in Italia») e Papa Francesco («Lo ammira molto»). E su Renzi? Philips risponde laconico che Obama è «contento di conoscerlo meglio». Come se quello che già sa non bastasse. Marco Gorra




