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Coronavirus, il racconto dell'infermiera: “Lo strazio del sentire gente che chiede aiuto con un filo di voce"

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Chiedono aiuto con un filo di voce, lasciano messaggi strazianti per i figli. Sono i malati di coronavirus in rianimazione. "L'altro giorno ero con l'anestesista e un paziente Covid di 48 anni. Gli abbiamo spiegato che lo avremmo intubato, che non avrebbe sentito niente. Lui mi ha stretto la mano e mi ha guardato. 'Giurami che mi sveglio' mi ha detto. E io: certo che ti svegli. Mi ha risposto: 'Perché io ho due figlie e le vorrei rivedere'. Beh... ho pensato a lui tutto il giorno, con la mascherina piena di lacrime", racconta al Corriere della Sera Maria Cristina Settembrese, infermiera di 54 anni., dal '97 al San Paolo di Milano. In questi giorni è nella divisione di pneumologia Covid. 

"Scaliamo montagne da mattina a sera. Ho il naso che non riesco più a toccare dal male che fa per la stretta della mascherina, stiamo in piedi con i succhi di frutta perché le cannucce passano sotto la mascherina. Niente pipì altrimenti toccherebbe sbardarsi e ribardarsi ed è complicato". Ma lo stress è nulla rispetto allo "stato d' animo che si vive, con tutti quegli occhi che ti guardano, che ti chiedono aiuto anche se la voce non esce. Tanti guariscono, certo.
Però più passano i giorni più si vedono arrivare persone sulla cinquantina e in tanti, soprattutto degli anziani, non ce la fanno. Alcuni - se hanno più di 70 anni e altre patologie importanti - arrivano con la sigla "ncr", non candidabili alla rianimazione".

Continua: "Nella notte fra mercoledì e giovedì eravamo tre infermieri, io e i colleghi Massimiliano Rizzo e Vincenzo Palmieri, per 15 pazienti con un bisogno di assistenza importante. In situazioni normali siamo un infermiere ogni 2, massimo 3 pazienti. Cerchiamo di essere disponibili oltre che presenti, perché magari un piccolo gesto fa felici persone che lì dentro sono sole, vulnerabili e lontano dalle famiglie".

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