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"Comunale", la parola della settimana: ecco quali sono le sue origini

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Massimo Arcangeli
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«È inutile che ci alludiamo», avvertiva dal palco l’artigiano Francesco Nocera, candidato alle comunali a Catanzaro, in un comizio senza presenti (28 aprile 2012). In un diverso contesto comunale, quello di Trento, il leghista Vittorio Bridi, con l’intento di mostrare di non avere dubbi: «L’Italia non è il paese del Bentegodi»; non erano stati da meno Ivana Di Camillo, Partito Democratico («Non siamo qui per togliere la patata dal tavolo»), Eleonora Angeli, Unione per il Trentino («In medio stat virus dicevano i latini»), e Fabio Armellini, Partito Autonomista Trentino Tirolese: «Il Comune deve perseguitare obiettivi di convivenza».

Pasquale Finocchio, veterano del Consiglio comunale di Bari, i cui strafalcioni commessi negli anni – e puntualmente annotati – non si contano: «Le problematico sono i nostri»; «La viabilità viaggiava a 160 gradi»; «Quello che non hanno fatto i nostri processori». Luciano Maggi, candidato sindaco di Alatri, dal palco di una contrada (Tecchiena) della cittadina ciociara: «Nel nostro Comune esiste un popolo di serie A e un popolo di serie B. Io chiedo uguaglianza (...). Unisciamoci tutti nello stesso Comune. Dobbiamo fare comunità» (28 febbraio 2021).

Comune (sec XIII) è dal latino commune (‘comunità’, ‘nazione’) e anticamente si poteva adoperare al genere femminile come il nome, influenzato dal francese, del Governo rivoluzionario parigino del 1871.
Dietro comunale c’è a sua volta il latino (tardo) communalis, attestato, nell’espressione loca communalia (‘luoghi comunitari’), in una miscellanea di opere di agrimensura (Gromatici) composta nel V secolo d. C. Come ente locale, o nel suo valore storico – il riferimento è allora al Comune medievale –, la parola non è anteriore al Settecento. Scriverà due secoli dopo Giovanni Comisso, in una raccolta di testi di vario tipo e argomento: «In un Comune d’Italia si è giunti con ridicolo a mutare il nome della piazza maggiore: Piazza dei Signori, in Piazza del Popolo, non sapendo che quei Signori, risalendo all’epoca comunale, erano autentici rappresentanti del popolo eletti attraverso le corporazioni» (Capricci italiani, Firenze, 1952, p. 236).

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