È ora di tirare le somme (e non è un modo di dire). La pandemia, l’emergenza da Covid-19, quegli anni bui tra lockdown e chiusure di massa, che non potevi neanche andare a mangiarti una pizza, che dovevi adeguarti, sanificare, igienizzare, riconvertire la produzione per restare a galla. Ma alla fine, cioè adesso, che il peggio è passato e che il Sars-Cov2 non ci fa più paura (nell’ultima settimana abbiamo contato poco più di 2mila infezioni nel più totale disinteresse mediatico), quanto ci ha fatto spendere ‘sto maledetto virus?
Risposta breve: tanto. Sia in termini di portafoglio sia in termini di qualità della vita. Risposta articolata: almeno due miliardi di euro solo nelle grandi città, cioè in quelle con più di 150mila abitanti, e solo per le casse delle amministrazioni pubbliche. Il dato, che evidentemente non è un affare da qualche spicciolo (vale circa il 10% della manovra di bilancio per il 2024...), esce da una elaborazione effettuata dal Centro studi enti locali e si basa sui numeri ufficiali del ministero dell’Economia.
Era una corsa a ostacoli nel 2020. Era una corsa che, per le pubbliche amministrazioni, da un lato consisteva in acquisti sempre più consistenti (i dispositivi per assicurare il distanziamento sociale, l’amuchina e il gel da rendere disponibili negli uffici, i bus e i tram in aggiunta per garantire il servizio, la messa in sicurezza delle scuole) e dall’altro doveva fare i conti coi mancati introiti (l’Imu sospesa, l’imposta di soggiorno praticamente azzerata, la tassa per l’occupazione del suolo pubblico abbonata).
È andata che Milano ha sborsato oltre 650 milioni di euro (656.164.792 per essere precisi), Roma quasi 370 milioni (369.095.922) e Venezia altri 177 milioni (177.161.512). Ma proprio lì, tra la Laguna e San Marco, si registrano gli esborsi più alti pro-capite: ben 703 euro per ogni veneziano, contro i 486 euro a testa dei milanesi e i 134 euro dei romani. Un salasso, in piena regola, che ha toccato anche Firenze (poco più di un ammanco di 89 milioni di euro, che fanno 246 euro a cittadino) e Palermo (143 milioni di euro complessivi, 225 a residente) e Verona (su per giù 37 milioni di euro, 146 euro ad abitante).
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La Ragioneria generale dello Stato, non è un caso, è impegnata a studiare i bilanci: sta, cioè, analizzando tutti questi numeri per vedere se e chi ha avuto più del dovuto, visto che quattro anni fa, mentre noi ce ne stavamo tappati in casa e facevamo la fila dal farmacista per uno stock di mascherine, il governo aveva compensato quelle perdite con risorse tampone. Una sorta di conguaglio, ecco, identico a quello che si fa con il contatore della luce, e che ci dice, al momento, che nella stragrande maggioranza delle volte, quantomeno nelle metropoli, quei soldi sono stati congrui: sono stati, invece, insufficienti a Reggio Emilia e Messina e Padova (nella prima città il deficit, sottolinea il Centro studi, è stato di poco meno di 24 milioni di euro a fronte di fondi compensativi di quasi tredici milioni; nella seconda sono in arrivo 2,1 milioni di euro da aggiungere ai 12,5 già stanziati a suo tempo; e nella terza l’ammanco è di 1,4 milioni di euro).
Questo per quanto riguarda il lato pubblico, e va da sé che “pubblico” significa sempre che dietro c’è il privato cittadino perché i soldi dello Stato, stringi stringi, son soldi nostri e delle nostre tasse. Discorsi diversi riguardano le imprese e i singoli individui. Sul fronte industria la pandemia non ha fatto meno danni: a marzo del 2023 il ministero dell’Economia ha pubblicato le statistiche dell’impatto del Covid su ditte e aziende tricolori. Il 39% ha subito una perdita fiscale, quindi quattro imprese su dieci se la son vista brutta; a malapena il 7% ha chiuso i rendiconti in pareggio e il reddito fiscale generale è sceso dell’11,6%, arrivando a 162,8 miliardi di euro, diciassette in meno rispetto al 2019. Fare una media è complesso perché ci sono settori in cui l’emergenza ha picchiato di più (come quelli alberghieri e della ristorazione dove le perdite sono triplicate) e altri in cui il colpo di coda è stato più lieve (le attività finanziare hanno subito un tracollo “appena” del 20%).
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Già nel 2021 il Consiglio della Fondazione nazionale dei commercialisti ha stilato un report dal titolo “Il debito pubblico italiano e il Covid” nel quale si può leggere che, tra il calo del Pil nominale e l’incremento del debito, la pandemia è costata «a ogni italiano 5.420 euro» che fanno, al netto delle stime da alta finanza, e calcolando uno stanziamento di risorse emergenziali per 1.858 euro pro-capite, un saldo negativo, concreto che più concreto non si può perché l’abbiamo visto nelle nostre tasche tutti, di 513 euro a testa (contro, tra l’altro, i 120 dei francesi e gli addirittura 1.841 euro dei tedeschi). No, il Covid non è stato indolore. Nemmeno in economia.




