È rarissimo che sinistra e magistrati si trovino su fronti opposti, tanto più se al centro della contesa c’è l’espulsione di un immigrato decisa dal governo. Succede questa volta ed è la conferma di quanto sia grave la posizione di Mohamed Shahin, nato in Egitto nel 1978. Non un immigrato qualunque, ma l’imam della moschea di via Saluzzo a Torino. Che poche settimane fa, in una manifestazione filopalestinese, ha inneggiato alla strage dei civili israeliani compiuta da Hamas, dichiarandosi «personalmente d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre», e per questo ha ricevuto un decreto di espulsione da parte del ministero dell’Interno.
In sua difesa sono accorsi esponenti di Pd, M5S, Avs, Anpi e Cgil e il vescovo di Pinerolo, che si è rivolto a Sergio Mattarella. Solidarietà inutile, almeno sinora: ieri la Corte d’appello di Torino ha convalidato il trattenimento dell’egiziano nel Centro di trattenimento per il rimpatrio di Caltanissetta, da dove dovrebbe essere riportato in patria. Nel decreto i magistrati piemontesi spiegano quale deve essere il confine tra la libertà di parola, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione, cui si appella chi difende le parole incendiarie di Shahin, e la difesa dell’ordine pubblico. Ricordano che nel 2012 l’uomo era stato fermato dalla polizia di Imperia insieme a un indagato per terrorismo, il quale si era poi trasferito in Siria per unirsi alle milizie jihadiste ed era morto in combattimento nel 2013, e che il nome dello stesso imam torinese appare nelle conversazioni di un indagato per apologia di terrorismo. Al momento è sottoposto a due procedimenti penali. Nel maggio di quest’anno, durante una protesta pro-Pal, si è reso responsabile di blocco stradale. E il 9 ottobre, parlando alla manifestazione per l’anniversario della strage, ha detto: «Io personalmente sono d’accordo con quello che è successo il 7 ottobre (...) Quello che è successo il 7 ottobre 2023 non è una violazione, non è una violenza», bensì «resistenza».
«Ciò che rileva», spiegano i magistrati commentando queste frasi, «è la possibilità che le parole e la loro diffusione creino disordine e instabilità». E «certamente la personalità carismatica» dell’imam, «guida spirituale e politica, in un legittimo contesto di piazza di una città metropolitana e, dunque, aperto a un uditorio variegato, in un momento storico di estrema conflittualità internazionale», e le idee che ha espresso, rendono «sussistente» questo pericolo.
Perciò il suo ricorso contro il trattenimento nel Cpr di Caltanissetta è stato respinto. È stato trasferito lì in seguito al decreto di espulsione firmato da Matteo Piantedosi il 19 novembre, motivato col fatto che l’egiziano ha «un ruolo di rilievo in ambienti dell’islam radicale» ed è «messaggero di un’ideologia fondamentalista e anti-semita», nonché «responsabile di comportamenti che costituiscono una minaccia concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato».
Il 24 novembre, lo stesso giorno in cui gli è stato notificato il foglio d’espulsione, Shahin, per bloccare la procedura di rimpatrio, ha presentato domanda di protezione internazionale, che il 27 novembre è stata respinta dalla commissione territoriale di Siracusa. Facile prevedere che presenterà ricorso: la vicenda è lontana dalla conclusione. La sinistra, intanto, si è schierata al suo fianco. Laura Boldrini e altri parlamentari di Pd, M5S e Avs hanno presentato un’interrogazione a Piantedosi, chiedendogli «l’immediata sospensione del provvedimento» e sostenendo che l’imam, «se rimpatriato, rischia arresto e torture nelle stesse carceri dove fu ucciso Giulio Regeni». Il Pd piemontese ritiene che l’episodio del 9 ottobre, «da solo, non può giustificare un provvedimento di espulsione».
Imam Torino, la mossa della sinistra: presentata un interrogazione a Piantedosi
Avs, M5s e Pd hanno presentato alla Camera un'interrogazione a risposta scritta al ministro dell'Interno per chi...A loro risponde da destra Fdi. La deputata Sara Kelany, responsabile immigrazione del partito, denuncia «l’ennesimo corto circuito della sinistra: nei salotti televisivi chiedono “più sicurezza”, salvo poi opporsi con manifestazioni e interrogazioni parlamentari all’espulsione di un soggetto che ha definito il massacro compiuto dai terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023 un “atto di resistenza”». Per Augusta Montaruli, vicecapogruppo alla Camera, «il fatto che l’imam abbia svolto iniziative con personaggi di partiti e associazioni non giustifica il primo e aggrava la posizione di questi ultimi».
Alla mobilitazione per l’imam partecipa anche il vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, presidente della Commissione della Cei per l’ecumenismo. Assieme ad altri religiosi, ha scritto a Mattarella una lettera in cui auspica che l’islamico egiziano «possa essere rilasciato, che gli possa essere concesso di riprendere la sua permanenza in Italia e così la sua opera di dialogo e di solidarietà». Nessun segnale è giunto dal Quirinale.




