Non appena la tragedia di Crans-Montana si è disvelata in tutta la sua gravità, Regione Lombardia è stata la prima a mettersi a disposizione per dare una mano. Lo ha fatto con il suo sistema sanitario e con Guido Bertolaso, la cui esperienza (una decina d’anni a capo della Protezione Civile nazionale) è stata indubbiamente un punto di forza.
Assessore Bertolaso, ci può raccontare quando ha capito che bisognava intervenire per dare una mano alla Svizzera?
«Ha aiutato il fatto che per una decina d’anni mi sono occupato di emergenze e urgenze a livello di Protezione Civile, quindi conosco meccanismi, sistema e procedure, ma soprattutto conosco i tempi che, come in tutte le attività di soccorso, sono fondamentali. Ne siamo schiavi, nel senso che più sei rapido e sai quali sono tutte le azioni che devi mettere in fila e migliori possono essere i risultati del lavoro che stai facendo. Soprattutto se, come in questo caso, i risultati si misurano in vite umane salvate».
Qual è il segreto della velocità con la quale si è mossa la macchina lombarda?
«Diciamo che a monte c’è una mentalità e una cultura organizzativa che ci ha permesso di intuire immediatamente quelle che sarebbero state le conseguenze, nel momento in cui abbiamo saputo del disastro in quel locale e quindi automaticamente abbiamo messo in piedi i vari sistemi di informazione, analisi, controllo e verifica. Quando poi da parte della Farnesina e del nostro ambasciatore che si è subito recato sul posto, abbiamo avuto le prime notizie e saputo che c’erano anche degli italiani che erano stati portati nei vari ospedali, dal più vicino al più specializzato, abbiamo iniziato ad organizzare la macchina».
Come ci si muove quando l’emergenza è in un Paese terzo come la Svizzera?
«Devi conoscere i numeri, sapere come sono strutturate le realtà sanitarie. Se ci pensiamo bene la Svizzera è molto simile alla Lombardia. Quindi avevamo idea del fatto che, per esempio, come centro per le grandi ustioni c’è solo Zurigo come struttura di assoluto riferimento. Calcolando le decine e decine di feriti abbiamo subito immaginato che quella struttura sarebbe stata sovraccaricata e che molti feriti sarebbero stati distribuiti in realtà ospedaliere che, però, non hanno quella specializzazione. Quindi ci siamo mossi per vedere se potevamo aiutare ad alleggerire il peso sulla sanità svizzera, mettendoci a disposizione».
Crans-Montana, chi sono le sei vittime italiane
È stata completata l'identificazione delle sei vittime italiane morte nel rogo del 'Le Constellation'...Quali azioni sono state messe in pratica una volta che la macchina si è messa in moto?
«Le cose fondamentali sono due. La prima è stata organizzare la logistica (ad esempio gli elicotteri) per poter essere agili e rapidi nel raggiungere gli ospedali dove erano ricoverati i nostri connazionali. La seconda, avere qualcuno sul posto che potesse guidarci».
Per questo avete mandato una task force in loco?
«Sì. Abbiamo messo assieme un team dal Niguarda formato da un esperto in grandi ustioni, un rianimatore, uno psicologo e un infermiere. Li abbiamo mandati in Svizzera e hanno girato tutti gli ospedali. Quest’attività è molto importante perché quando mandi un elicottero a prendere un paziente devi prima aver parlato coi medici che l’hanno in cura, devi aver visto la cartella clinica e ottenuto la trasportabilità. In questo modo per ogni paziente che abbiamo portato a Milano sapevamo esattamente in che condizioni era. Avevamo il quadro preciso e non abbiamo lavorato al buio come invece poteva accadere se non ci fosse stata questa rete organizzativa. Diciamo che il nostro team sul posto è stata la chiave di volta di questa operazione».
L’altro elemento che ha fatto la differenza è stata la struttura dell’Ospedale Niguarda...
«C’è un reparto specializzato in grandi ustioni che abbiamo inaugurato all’inizio dello scorso anno. Io l’ho voluto fortemente insieme al presidente Attilio Fontana, perché prima avevamo un centro ustioni che era certamente un punto di riferimento, ma che da un punto di vista tecnologico aveva bisogno di essere riorganizzato e ristrutturato. Quindi lo abbiamo rifatto completamente, investendo 7-8 milioni nell’arco di un anno. Ne è uscito un centro grandi ustioni con 12 posti letto (che possono essere ampliati in caso di necessità), modernissimo, super tecnologico. Poi il personale infermieristico e medico d’eccellenza lo avevamo già».
Un centro che in questi giorni è impegnato a curare i ragazzi vittime della tragedia, anche grazie alle tecniche più moderne.
«Lì si eseguono tutte quelle che sono le moderne tecniche terapeutiche. Una serie di operazioni molto sofisticate (come il trapianto di pelle in tutte le sue forme) che presuppongono una struttura assolutamente sterile e a pressione negativa per impedire infezioni e contaminazioni. Il tutto con macchinari all’avanguardia e personale esperto per quel tipo di problematica».
Assessore Bertolaso, anche in virtù della sua grande esperienza, che idea si è fatto di quello che è successo nel locale?
«Basta vedere le immagini, le riprese dei telefonini. Quelle fiammelle sopra le bottiglie sono state la miccia che hanno innescato il soffitto di quel locale, che evidentemente era composto da materiale altamente infiammabile. Questo si vede in maniera chiara. Appena la fiamma sfiora il soffitto questo prende fuoco. A quel punto in un locale molto ristretto con temperature già abbastanza alte e con scarsa possibilità di movimento, c’è stato questo flash over».
Ce lo traduce meglio?
«Facciamo l’esempio di una foresta in fiamme e c’è un vento che soffia a cento chilometri orari. Il fuoco in pochi istanti attraversa centinaia di metri di alberi e li incendia. È un po’ lo stesso scenario di quanto accaduto nel locale a causa del soffitto infiammabile».
In queste ore si è scatenato un dibattito sulle possibili responsabilità dei giovani, che avrebbero dovuto scappare subito e invece... Lei che ne pensa?
«Si capisce benissimo che i ragazzi, almeno all’inizio, non erano consapevoli di quello che stava succedendo. Tanto è vero che sono rimasti lì a filmare. Questo vuol dire che non hanno avuto la percezione del rischio tremendo cui stavano andando incontro. Non si aspettavano una cosa così, perché nell’immaginario collettivo una persona pensa che attorno a lui ci sia materiale non infiammabile. Del resto siamo così abituati a districarci con tutte le norme di sicurezza, che una cosa del genere, anche ai ragazzi, è apparsa semplicemente assurda».
Assessore, un’ultima cosa. Ci fa il quadro clinico dei ricoverati al Niguarda?
«Abbiamo nove pazienti ricoverati. Tutti con ustioni che vanno dal 15 ad oltre 50% della superficie corporea. In questo momento sono tutti in condizioni critiche. Li stiamo trattando per stabilizzarli e incominciare a fare trapianti di pelle dove possibile. Con gli ultimi arrivi il ponte aereo con la Svizzera è chiuso, almeno fino a quando non avremo la trasportabilità dei connazionali ancora ricoverati lì. Se poi gli svizzeri dovessero chiederci di accogliere alcuni dei loro pazienti, abbiamo già dato la nostra disponibilità».




