Alle 11.45 dell’8 ottobre 2024, all’indomani del primo anniversario della strage in Israele ad opera dei macellai di Hamas, Khalil Abu Deiah parla al telefono e chiarisce da che parte sta. Dice che la lotta armata è necessaria, che il dialogo è roba da traditori. Non è uno sfogo. È uno dei passaggi centrali su cui la Procura di Genova costruisce il grave quadro indiziario che oggi lo colloca nell’orbita di Hamas, non solo come finanziatore ma come soggetto ideologicamente allineato. Abu Deiah, 62 anni, fondatore e legale rappresentante dell’associazione “La Cupola d’Oro” di Milano, è però il primo degli arrestati a rompere il silenzio davanti al pm Marco Zocco. Il suo interrogatorio viene secretato integralmente. Una scelta che, per gli inquirenti, segnala l’interesse investigativo delle dichiarazioni e la loro possibile rilevanza nel prosieguo dell’inchiesta sui finanziamenti al terrorismo palestinese. Una svolta che potrebbe rappresentare la chiave di volta per fare chiarezza sugli amici dei tagliagole che si annidano nel nostro Paese.
Fino a quel momento nessuno degli indagati aveva parlato. Né Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia e figura centrale dell’indagine, né gli altri cinque arrestati. Abu Deiah decide invece di rispondere. La sua linea difensiva resta quella già esposta davanti alla gip Silvia Carpanini: si definisce laico, di sinistra, lontano anni luce da Hamas. Ma le intercettazioni raccontano altro. Il 7 ottobre 2024, alle 11.30, commentando l’attacco, Abu Deiah parla di Abu Falastin, richiama Al-Qassam, evoca le brigate che hanno dedicato la vita alla guerra contro i sionisti. Dice: «Grazie a Dio che sono riusciti», «Grazie a Dio che sono presenti Hamas», «la jihad è qui». Esclude che il movimento islamico armato sia stato eliminato in Egitto e rivendica la continuità della lotta. Un uomo che non solo simpatizza, par di capire, ma che è profondamente addentro alle dinamiche del movimento. Un uomo, insomma, che sa leggere le dinamiche di un’organizzazione non solo particolarmente complessa, ma anche difficile da decifrare per un profano. Secondo la gip, Abu Deiah fornisce un contributo rilevante all’associazione fondata da Hannoun a Genova, rendendosi disponibile a costituire “La Cupola d’Oro” e partecipando alla raccolta di fondi formalmente destinati a scopi umanitari. Fondi che, per oltre il 71 per cento, finiscono invece – secondo l’accusa – direttamente o indirettamente ad Hamas o a strutture a esso collegate. Per un totale di oltre 7 milioni di euro. Un fiume di soldi che ha inondato i forzieri dei terroristi contribuendo non certo ad aiutare la popolazione di Gaza (la motivazione principale per cui erano richiesti tramite collette i soldi era proprio quella), ma solo le strutture di morte di Hamas. Perla Procura non si tratta di episodi isolati ma di un sostegno continuativo, consapevole, ideologicamente motivato che andava avanti forse da oltre vent’anni. Un contributo che, per il pubblico ministero, supera la soglia della mera solidarietà politica e integra il concorso esterno in associazione terroristica.
Blitz pro-Pal al gate. Insulti agli israeliani
E pensare che la strategia, in molti aeroporti, è questa: parcheggiare in pista i velivoli delle compagnie israel...Il profilo ideologico emerge con maggiore nettezza nelle conversazioni familiari. Il 18 febbraio 2025, parlando con la moglie, Abu Deiah auspica la distruzione dei popoli arabi e dei sionisti, definisce Hamas una forza guidata dalla volontà di Dio, la più forte proprio perché legittimata religiosamente. Frasi che gli inquirenti considerano incompatibili con la tesi della distanza ideologica. E su cui lo stesso indagato ha cercato di costruire una chiave di lettura alternativa che, però, paradossalmente, potrebbe finire per rendere ancor più critica la posizione di Hannoun, il vero “cervello” della presunta cellula terroristica in Italia. Altre intercettazioni, riportate nelle annotazioni integrative del 19 agosto 2025, coinvolgono Abu Safiya e altri sodali. Il linguaggio è diretto, violento. Si parla di israeliani come «cani», di traditori affiliati a Fatah, di collaboratori da eliminare fisicamente. Si discute della necessità di fermarsi un anno, riorganizzarsi, poi colpire. Non propaganda generica, ma ragionamenti operativi, hanno scritto nero su bianco gli investigatori della Digos e della Guardia di finanza.
Per la Procura di Genova, l’insieme delle conversazioni dimostra una piena condivisione ideologica del movimento islamista, non episodica né strumentale. Un’adesione che rafforza l’impianto accusatorio fondato sui flussi di denaro, sulle strutture associative e sui contatti internazionali. Hannoun e “La Cupola d’Oro” sono stati inseriti nella lista antiterrorismo del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Un atto che precede di pochi giorni un altro elemento ritenuto significativo dagli inquirenti: il 28 ottobre 2024, dopo la decisione americana, la moglie e la figlia di Hannoun valutano l’ipotesi di trasferirsi in Turchia, dove avrebbe dovuto raggiungerli lo stesso imam il giorno della retata della Procura di Genova: il 27 dicembre scorso. L’inchiesta resta aperta. L’interrogatorio secretato di Abu Deiah è ora uno dei nodi centrali del fascicolo. Non una difesa, per gli inquirenti, ma un ulteriore tassello del quadro accusatorio.




