Quanto può arrivare a costare un pallone? Anche 45mila euro a Palermo. Dove quattro condomini di via Filippo Parlatore incassano la condanna per i rumori molesti dell’oratorio e la parrocchia di Santa Teresa del Bambino Gesù è chiamata a pagare il conto. Il Tribunale del capoluogo siciliano ha messo nero su bianco la formula che chiude 10 annidi guerra di quartiere: immissioni sonore oltre la normale tollerabilità, scrive il magistrato. Non una scaramuccia. Un contenzioso lungo, tecnico, cominciato nel 2015 e finito davanti al giudice Filippo Lo Presti. La miccia è il campo dell’oratorio usato per attività ricreative e partite. Per i residenti quel rettangolo di cemento diventa un tamburo: dalle 16 alle 20 nei giorni feriali, e nel fine settimana fino a tarda sera, con finestre e balconi che affacciano sui match.
Non solo bambini: anche ragazzi e adulti lo calcano. E soprattutto non solo voci. A pesare, da subito, sono i colpi: pallonate contro i muri, rimbalzi su strutture, botte che si ripetono e si amplificano.Prima di arrivare alla “stangata”, ci sono i tentativi di aggiustare. Nel 2019 il tribunale interviene con prescrizioni che, lette oggi, sembrano il regolamento di un campo in zona rossa.
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Le attività vengono ricondotte entro un perimetro: stop oltre le 20, disciplina più rigida, e una regola che diventa simbolo della vicenda: un solo pallone ammesso, il Supersantos, gomma leggera, meno rumorosa, scelta per ridurre l’impatto dei “siluri” sui muri. Non basta: viene previsto anche un solo sport per volta, per contenere confusione e sovrapposizioni. Arrivano poi le contromisure materiali: barriere in gommapiuma sui punti critici, reti e accorgimenti anche alle porte durante le partite, per fermare traiettorie e limitare la propagazione sonora. Si prova a trasformare l’oratorio in uno spazio compatibile con la vita condominiale. In estate scatta un ulteriore giro di vite: lo “stadio” chiude per tutto agosto, il mese in cui i ragazzi restano più a lungo in città.
Ma la causa non si ferma. I residenti sostengono che, nonostante i correttivi, il disturbo continui. E la macchina giudiziaria va avanti con ciò che serve per misurare e “provare” un rumore: perizie, valutazioni tecniche, testimonianze. Sul tavolo finiscono anche elementi personali e sanitari: fatture di psicoterapia, riferimenti ad antidepressivi, documentazione prodotta per dimostrare che non si tratta di semplice fastidio, ma di un impatto prolungato sulla qualità della vita. Il fascicolo diventa un dossier di decibel, sonno, nervi, giornate in casa.
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La parrocchia tenta una via d’uscita. In udienza, ad aprile 2025, viene formalizzata un’offerta: 5 mila euro per chiudere. Non passa. Il rifiuto porta dritto al verdetto finale. E qui il giudice mette insieme le voci: danno patrimoniale, anche per la presunta riduzione del valore degli immobili, costi sostenuti dai residenti per interventi come la sostituzione degli infissi, danno non patrimoniale legato al disagio, oltre a spese e costi tecnici. Alla fine la somma supera i 45mila euro e diventa obbligo di pagamento perla chiesetta.
Il punto, per chi guarda Palermo senza romanticherie, è che questa sentenza fotografa un cortocircuito: la giustizia interviene, regola, limita, vieta, quantifica. Ma non sostituisce. Se un oratorio si trasforma in bersaglio giudiziario e in costo economico, chi riempie quel vuoto nel quartiere? Un campetto privato non arriva dove arrivano i cortili delle parrocchie: costa, seleziona, esclude. L’oratorio, invece, prende chi c’è. Anche chi è a rischio. Anche chi è già agganciato dall’aria del rione, dalle compagnie, da una criminalità che non ha bisogno di fare propaganda: offre appartenenza, soldi facili, rispetto finto. E allora sì: la tutela dei residenti esiste ed è un diritto pieno. Ma in una città povera e degradata come Palermo, il prezzo sociale di un silenzio imposto può diventare altissimo, soprattutto quando colpisce uno degli ultimi presìdi che tengono i ragazzi lontani dalla strada e, nei casi peggiori, dalla mafia. La partita, qui, non finisce con un Supersantos o con una barriera di gommapiuma: finisce quando qualcuno decide se il problema è soltanto il rumore, o anche ciò che il rumore stava cercando di coprire.




