Niscemi continua a franare. Come un castello di sabbia che cede non appena l'acqua del mare ne bagna le fondamenta. E, in effetti, quelle case cadono giù per oltre venti metri, con altre rimaste appese a strapiombo e pronte a venire giù, si reggevano (è certo) su strati di sabbia mista ad argilla. Su una terra la cui fragilità aveva già dato prova di sé nel 1997. Trent'anni fa le case rase al suolo furono una cinquantina, tra le proteste dei cittadini e nessuna lezione per il futuro. Il “conto” è arrivato domenica scorsa sbriciolando verso la piana di Gela oltre quattro chilometri di costone sul lato ovest.
Mille e seicento persone dal quartiere Sante Croci hanno dovuto lasciare in fretta e furia la propria casa (alcune già risucchiate coi ricordi di una vita, altre sul ciglio a rischio crollo e nemmeno i vigili potranno entrarvi per recuperare i beni di chi le abitava, altre rese inagibili fino a cento metri dal burrone) e farsi ospitare chi da parenti, chi nel palazzetto allestito per gli sfollati, chi (i più fortunati) in una seconda casa. Già in corso le procedure per attivare il Cas (Contributo di autonoma sistemazione) per gli sfollati innervositi («In trent'anni non è stato fatto nulla», lamentano): per un anno, ogni nucleo familiare riceverà 400 euro più 100 euro per ogni componente fino ad un massimo di 900 euro. Per loro la Regione metterà a disposizione anche un supporto psicologico.
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Ma nel comune di 25mila abitanti in provincia di Caltanissetta tutto è tragicamente in movimento. «L'intera collina sta crollando», avverte la Protezione civile. Il rischio isolamento è altissimo: due statali che portano sulla Gela-Catania sono interrotte, regge quella che conduce sulla Gela-Vittoria. Gli esperti della Società italiana di geologia (Sigea) spiegano che per ritrovare un suo equilibrio, quel territorio deve franare ancora «compromettendo le costruzioni». Anche per questo motivo, il perimetro della zona rossa, inaccessibile, spettrale, è stato spostato di altri 50 metri e ora dista 150 dalla linea del crollo.
Ieri, a Niscemi, si sono riuniti il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano, quello regionale Salvo Cocina, il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani per fare il punto sulla frana. Due giorni fa il consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato d'emergenza nazionale per Sicilia, Calabria e Sardegna (tutte colpite in dal ciclone Harry) mettendo sul tavolo, per ora, 100 milioni di euro. L'Anci (associazione nazionale dei comuni italiani) ha proposto una raccolta fondi per aiutare i comuni colpiti, i commercialisti hanno chiesto di sospendere i pagamenti nei territori colpiti. Ma quanto avvenuto a Niscemi è davvero tutta colpa del ciclone Harry? Qui da decenni il rischio idrogeologico non è un mistero. Di movimenti franosi e terra che si apre nei quartieri Sante Croci e Canalicchio si ha notizia perfino in scritti risalenti al 1790.
Quando piove, è la certezza in quest'area a rischio idrogeologico 4 (il massimo), l'acqua penetra nella sabbia, raggiunge l'argilla e la rende scivolosa. E tutto ciò che chi trova sopra, case, chiese e palazzi, rischiando di scivolare, come è successo in questi giorni e come ci ricordano le cronache del 1997. Anche in quel caso il disastro fu preceduto da maltempo e pioggia con i cittadini che pensavano al terremoto. Gli sfollati ricevettero 600mila lire al mese per 13 mesi per l'affitto. All'epoca l'inchiesta fu per disastro colposo con indagati amministratori comunali e tecnici, per l'abusivismo degli Anni '70 e '80 e per l'utilizzo dei fondi stanziati negli Anni '90. Risultato? Nessuno. O meglio, la prescrizione di molti reati e finanziamenti persi.
L'allora sottosegretario alla Protezione civile, il vulcanologo Franco Barbieri, parlò di «ordinaria malamministrazione e di completo degrado in una zona sottoposta a vincolo geologico». Ufficialmente, dopo la frana del 1997, in quell'area non sono stati costruiti nuovi casi. Ieri, però, il vicesindaco di Niscemi, Pietro Stimolo, ha chiarito che, effettuato i controlli, «non sarà possibile riconoscere contributi economici a chi abbia costruito violando la normativa». «Abbiamo imparato che tante cose fatte nel passato con leggerezza, con superficialità, non possono più essere tollerate né da questo governo né, mi auguro, da quelli che nel tempo arriveranno dopo», aveva invece detto due giorni fa il ministro della Protezione Civile Nello Musumeci. Ora, si spera che la storia non si ripeta.
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