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Carmelo Cinturrino "non è una mela marcia": dai centri sociali fango sulla polizia

di Andrea Muzzolonmercoledì 25 febbraio 2026
Carmelo Cinturrino "non è una mela marcia": dai centri sociali fango sulla polizia

3' di lettura

Le confessioni dell’agente Carmelo Cinturrino, che lo scorso 26 gennaio aveva sparato e ucciso lo spacciatore marocchino Abderrahim Mansouri nel boschetto della droga di Rogoredo, alla periferia di Milano, hanno rianimato la curva dell’estremismo rosso, con i centri sociali in prima linea contro le divise. Non aspettavano altro del resto. Trasformare la pecora nera nel simbolo dei fantomatici soprusi della polizia. E, infatti, sui social il centro sociale Lambretta è partito all’attacco. Testa bassa, contro le forze dell’ordine. «Questa vicenda non può essere ridotta a una mela marcia», è la riflessione di chi fa della delegittimazione della polizia la propria attività preferita. Secondo i membri del centro sociale di via Rizzoli, «Zak è stato ucciso da qualcosa di più grande di un singolo proiettile. È stato ucciso da un meccanismo che rende alcune vite sacrificabili». E giù con l’elenco delle sedicenti vittime: «Persone razzializzate, vulnerabili, ricattabili. Corpi che possono essere trasformati in bersagli narrativi e fisici, soprattutto in certe zone grigie della città. Chi è fragile paga sempre». Insomma, un gran calderone montato ad arte sugli errori del singolo. E il fine ultimo è ovviamente tutto politico, con la solita cantilena contro la deriva autoritaria del governo di destra che vorrebbe imporre lo scudo penale per lasciare impuniti i crimini degli agenti: «La versione ufficiale sarebbe stata l’unica ammessa: criminale violento, agente costretto a sparare per legittima difesa. Fine della storia».

Ma i compagni del Lambretta non sono gli unici ad aver fatto di tutta l’erba un fascio (l’ironia della vita...). La truppa milanese di Potere al Popolo, insieme a Cambiare Rotta, si è infatti riunita davanti al Consiglio comunale di Milano per protestare contro il sindaco, il governo e le forze dell’ordine: «La violenza poliziesca in periferia non è un incidente e nemmeno responsabilità di qualche singola mela marcia, ma il prodotto naturale dell’abbandono alla legge del più forte», hanno scritto in un lungo post sui social. Una decina di persone hanno imbracciato un grosso striscione: «Non è la mela... È il “modello Milano” che è marcio. Verità per Abderrahim e Ramy». Eh sì, perché l’omicidio dello spacciatore ha riacceso anche la polemica sulla morte di Ramy Elgaml, schiantatosi contro un palo a bordo di un T-Max con il quale stava fuggendo da un posto di blocco della polizia. A proposito di fare di tutta l’erba un fascio... Ma c’è di più. I compagni di PaP hanno pure tentato di legare il caso di Rogoredo all’imminente referendum sulla giustizia. E quindi l’ultima riga dello striscione è dedicata alla loro dichiarazione di voto: «22/23 No sociale allo stato di polizia di Sala e Meloni». Qualcuno gli dica che il sindaco di Milano si è schierato per il No... Della serie, poche idee e confuse (che l’ultrasinistra riporterà in piazza il 14 marzo a Roma).

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Contro le forze dell’ordine si erano invece già scagliati amici e parenti del ragazzo, che all’indomani dell’omicidio si erano riuniti in presidio al Corvetto. E anche ieri, dopo che il poliziotto ha voluto chiedere scusa ai colleghi per aver infangato il nome della Polizia di Stato, gli avvocati della famiglia Mansouri sono tornati all’attacco: «Cinturrino ha la bella faccia tosta di chiedere scusa alla Polizia di Stato, di dire che è un traditore, di chiedere scusa a tutti i colleghi, di dire che ha tradito la loro fiducia, ma non si è neanche mai degnato di chiedere scusa ai familiari di Abderrahim Mansouri e questo la dice lunga».

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