Antonio Caliendo, il papà del piccolo Domenico, è stato chiaro: “Il professor Oppido adesso non lo voglio vedere manco da lontano. Sarà la magistratura a fare chiarezza, certo, ma preferisco non incontrarlo”. La rabbia dei genitori è tanta, incalcolabile, soprattutto nei confronti di Guido Oppido, direttore del reparto di Cardiochirurgia pediatrica e delle cardiopatie congenite all’ospedale Monaldi di Napoli. L’uomo su cui adesso viene puntato addosso il faro delle responsabilità per il fallimento di un trapianto di cuore, costato prima sessanta giorni di coma farmacologico e poi la vita al piccolo bambino di Napoli, poco più di due anni.
Oltre a lui, ci sono altri sei indagati dalla Procura di Napoli: Francesca Blasi (anestesista Uoc Cardiochirurgia pediatrica e cardiopatie congenite), Mariangela Addonizio (cardiochirurga Monaldi), Emma Bergonzoni (cardiochirurga Monaldi),Gabriella Farina (cardiochirurga Monaldi, responsabile espianto organo) e Vincenzo Pagano (cardiochirurgo Monaldi, componente équipe espianto) e infine anche un dirigente medico dell’ospedale napoletano.
Domenico, il presagio del padre: "Quando ho visto quel frigo da pic-nic..."
La rabbia non passa, cova dentro come un bubbone che rischia di esplodere. E allora, cinque giorni dopo che il piccolo D...Una carriera importante alle spalle, quella del professor Guido Oppido. Nato a Cosenza nel 1971, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza” di Roma con il massimo dei voti, ha completato la specializzazione in cardiochirurgia e ha maturato esperienza in importanti centri italiani e internazionali, inclusi fellowship negli Stati Uniti e all’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. Quando ha aperto il cestello termico per estrarre l’organo nuovo per il piccolo Domenico, ha raggelato tutti con una sentenza: “Questo cuore è duro come una pietra. Non farà mai un battito. Non ripartirà mai”.
Tra gli elementi al vaglio, le modalità di conservazione dell’organo. Il cuore sarebbe stato collocato in un barattolo di plastica, fornito su richiesta dell’équipe napoletana, insieme al ghiaccio secco per il trasporto. Proprio il ghiaccio secco, secondo una prima ipotesi, avrebbe “bruciato” l’organo. Ma ora emerge un’alternativa: il danno potrebbe essere avvenuto prima, nei 102 minuti trascorsi tra l’incisione e l’espianto. Si attende adesso l’autopsia, per capire cosa sia davvero accaduto in quelle ore fatali. Tra le maggiori responsabilità a carico di Oppido ci sarebbe l’ok dato all’espianto del cuore del piccolo Domenico, prima che quello nuovo fosse arrivato e ispezionato. Secondo la ricostruzione, infatti, il cuore malato di Domenico era già stato asportato alle 14.18. L'ok dall’équipe proveniente da Bolzano sarebbe giunto alle 14.22.
Cioè 4 minuti dopo. Cui bisogna aggiungerne altri 10 per arrivare in sala operatoria. In tutto quel tempo, circa un quarto d’ora, Domenico è rimasto senza cuore. Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico, ha avuto parole dure nel giorno della scomparsa del bambino: “Siamo sconcertati. Il dottor Oppido, che ha seguito ogni fase e orientato le decisioni cliniche, stamattina non era nemmeno presente in ospedale per manifestare cordoglio”. Sempre secondo l’avvocato, il chirurgo sarebbe stato rimosso dall’incarico ventiquattr’ore prima, ma la sua assenza nel giorno della morte è stata interpretata come un segnale di distacco inaccettabile. “Excusatio non petita, accusatio manifesta”.




